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PASOLINI - IL SURRUGATO DELLA CULTURA

ITA/ENG

Translation by Aurora Licaj



Premessa al testo a cura di Cultura in Atto


Il passo che abbiamo scelto fornisce strumenti efficaci per poter meglio capire un’altra piaga della nostra contemporaneità: ovvero, il patologico uso dei social media e social network.

Ora che la realtà del consumismo diventa sempre di più l’unica possibile, i nostri giovani riempiono il vuoto intellettuale che essa produce con l’apparire.

L'alienazione e la dipendenza che ne scaturisce stanno creando danni tali da paragonarli a quelli degli stupefacenti di cui parla Pasolini.



La droga: una vera tragedia italiana


Per chi non si droga, colui che si droga è un «diverso». E come tale viene generalmente destituito di umanità, sia attraverso il rancore razzistico che si attirano sempre addosso i «diversi», sia attraverso l'eventuale comprensione o pietà. Nei rapporti col «diverso» intolleranza o tolleranza sono la stessa cosa. C'è da dire tuttavia che mentre gli intolleranti credono che la diversità dei diversi non abbia spiegazioni e quindi meriti soltanto odio, i tolleranti si chiedono spesso, più o meno sinceramente, quali siano le ragioni di tale «diversità». Ora tanto io che il mio lettore siamo dei «tolleranti»: c'è da avere qualche dubbio su questo? Perciò la domanda che pongo è la seguente: «Per quale ragione quei "diversi" che sono i drogati si drogano?» (…)


Per quanto riguarda la mia personale, e assai scarsa esperienza, ciò che mi par di sapere intorno al fenomeno della droga, è il seguente dato di fatto: la droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. Detta così la cosa è certo troppo lineare, semplice e anche generica. Ma le complicazioni realizzanti vengono quando si esaminano le cose da vicino. Ad un livello medio – riguardante «tanti» – la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso. Chi non ha neanche in minima dose questa energia, rinuncia. E poiché in genere, a causa dei suoi traumi e della sua sensibilità si tratta di un individuo destinato alla cultura specifica, dell'élite, ecco che si apre intorno a lui quel vuoto culturale da lui del resto disperatamente voluto (per poter morire): vuoto che egli riempie col surrogato della droga. L'effetto della droga, poi, mima il sapere razionale attraverso un'esperienza, per così dire, aberrante ma, in qualche modo, omologa ad esso. Anche a un livello più alto si verifica qualcosa di simile: ci sono dei letterati e degli artisti che si drogano. Perché lo fanno? Anch'essi, credo, per riempire un vuoto: ma stavolta si tratta non semplicemente di un vuoto di cultura, bensì di un vuoto di necessità e di immaginazione. La droga in tal caso serve a sostituire la grazia con la disperazione, lo stile con la maniera. Non pronuncio un giudizio. Dico una cosa. Ci sono delle epoche in cui gli artisti più grandi sono appunto dei disperati manieristi (…)


Ma la parola «cultura» non indica soltanto la cultura specifica, d'élite, di classe: indica anche, e prima di tutto (secondo l'uso scientifico che ne fanno gli etnologi, gli antropologi, i migliori sociologi) il sapere e il modo di essere di un paese nel suo insieme, ossia la qualità storica di un popolo con l'infinita serie di norme, spesso non scritte, e spesso addirittura inconsapevoli, che determinano la sua visione della realtà e regolano il suo comportamento (…)


In realtà il fenomeno della droga è un fenomeno nel fenomeno: ed è questo secondo fenomeno più vasto quello che importa: che è, anzi, una vera grande tragedia storica. Si tratta, insisto, della perdita dei valori di una intera cultura: valori che però non sono stati sostituiti da quelli di una nuova cultura (a meno che non ci si debba «adattare», come del resto sarebbe tragicamente corretto, a considerare una «cultura» il consumismo) (…)


I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformisti: e tutto in una misura sconosciuta fino a oggi.


«Corriere della Sera», 24 luglio 1975.



THE SURRUGATE OF CULTURE



Introduction to the text by Cultura in Atto


The passage we have chosen provides effective tools to better understand another scourge of our contemporaneity: that is, the pathological use of social media and social networks.

Now that the reality of consumerism becomes more and more the only possible one, our young people fill the intellectual void that it produces with appearing.

The resulting alienation and addiction are creating such damage as to compare them to those of the drugs of which Pasolini talks about.



Drugs: a true Italian tragedy


For those who do not take drugs, the one who takes drugs is a "different". And as such it is generally stripped of humanity, both through the racist rancor that the "different" always attract to themselves, and through any understanding or pity. In relations with the "different" intolerance or tolerance are the same thing. It must be said, however, that while the intolerants believe that the diversity of the different has no explanation and therefore deserves only hatred, the tolerant often ask themselves, more or less sincerely, what are the reasons for this "diversity". Now my reader and I are both "tolerant": is there any doubt about this? So the question I ask is the following: «Why do those "different" drug addicts take drugs?» (...)


As for my personal, and very little experience, what I seem to know about the drug phenomenon is the following fact: drugs are always a surrogate. And precisely a substitute for culture. Having said this, it is certainly too linear, simple and even generic. But the self fulfilling complications come when you look at things closely. At an average level - concerning "many" - drugs fill a void caused precisely by the desire for death and which is therefore a cultural void. To love culture you need a strong vitality. Because culture - in a specific sense or, better, classist - is a possession: and nothing needs a more fierce and mad energy than the desire to possess. Whoever does not have this energy even in the slightest dose gives up. And since in general, due to his traumas and his sensitivity he is an individual destined for a specific culture, of the élite, that cultural vacuum opens up around him that he desperately wanted (in order to die): emptiness that he fills with drug substitute. The effect of the drug then mimics rational knowledge through an experience, so to speak, aberrant but, in some way, homologous to it. Even at a higher level something similar occurs: there are writers and artists who take drugs. Why do they do it? They too, I believe, to fill a void: but this time it is not simply a cultural void, but a void of necessity and imagination.

The drug in this case serves to replace grace with despair, style with manner. I do not pronounce a judgment. I say one thing. There are times when the greatest artists are precisely desperate mannerists (...)


But the word "culture" does not only indicate the specific, élite, class culture: it also indicates, and first of all (according to the scientific use made by ethnologists, anthropologists, the best sociologists), knowledge and way of being of a country as a whole, that is the historical quality of a people with the infinite series of rules, often unwritten, and often even unconscious, which determine its vision of reality and regulate its behavior (...)


In reality the drug phenomenon is a phenomenon within the phenomenon: and it is this second larger phenomenon that matters: which is, indeed, a truly great historical tragedy. It is a question, I insist, of the loss of the values ​​of an entire culture: values ​​which, however, have not been replaced by those of a new culture (unless we have to "adapt", as it would be tragically correct, to consider a " culture "consumerism) (...)


Young Italians as a whole constitute a social scourge that is perhaps now incurable: they are either unhappy or criminals (or criminaloids) or extremists or conformists: and all to an extent unknown until today.


«Corriere della Sera», 24 July 1975.