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LA MONTAGNA: UN MISTERO CHE SI CELA NELLA VISIONE DELL’ARTISTA

Aggiornato il: apr 25

di Giulia Bolzan


ITA/ENG


In letteratura spesso il paesaggio montuoso è stato utilizzato come pretesto per offrire ai personaggi di racconti e romanzi un’occasione di riscatto, di ricerca interiore mediante l’incontro-scontro con la natura, riflessione sul legame tra uomo e Dio, oppure descrizione d’una prova fisica per misurare le proprie capacità o arrendersi, invece, ai propri evidenti limiti. Nella nostra mente si fa spazio l’immagine della montagna come vetta da scalare o raggiungere; come paesaggio che dimostra in maniera evidente il susseguirsi delle stagioni, luogo di leggende, miti e risultati di movimenti sotterranei che solo gli esperti geologhi e geografi sono in grado di analizzare e comprendere a fondo. La cultura giapponese sembra però offrire una sorprendente visione dei luoghi montuosi, quasi ribaltando la prospettiva usuale e indugiando significativamente attorno a qualche piccolo dettaglio che, pur ponendo in comunicazione l’essere umano con la montagna, non ne trascura la dimensione realistica e fisica. L’interesse suscitato dal Monte Fuji, ad esempio, è senza dubbio dovuto alla natura del monte che in realtà è un vulcano a cui sono dedicati numerosi santuari e prescelto come luogo ideale per l’allenamento di monaci e samurai; ancora oggi è oggetto di pellegrinaggi anche se nella seconda metà dell’ottocento venne vietato alle donne in quanto luogo sacro.


Monte Fuji

Alle sue pendici pare che si trovi una foresta la cui fama è legata ad alcuni eventi macabri. Quella che è stata soprannominata “Foresta dei suicidi”, sembra infatti custodire corpi di persone, molte delle quali non identificate, che si sono date la morte trasformandosi - secondo le leggende -in spiriti malvagi. Tra i suoi laghi, le sue grotte ed i suoi altipiani, oggi oggetto di particolare ammirazione, il vulcano dormiente è divenuto meta turistica, una sorta di simbolo. Di fatto risulta assai difficoltoso nel periodo invernale riuscire a vedere questo monte, spesso avvolto in un mare di nuvole e immerso in un clima particolarmente umido come alcune famose fotografie dimostrano (in particolare attira l’attenzione il documentario di Fiona Mai intitolato “Ascent”). Facile immaginare quanto la natura s’impossessi della mente dell’artista e quanto possa quest’ultimo rimodellarla, deformarla, replicarla e renderla intima nell’atto creativo stesso che, come sottolinea anche Siri Hustveldt, tramite percezione e memoria annesse alla nostra emotività, trasformano il tutto. Va ricordata a tal proposito una delle leggende più celebri del Monte Fuji, che pare giustificare le rare occasioni in cui fuoriesce fumo dal suo cratere e che racconta la storia di un’orfana, la Principessa Gloria, che pur sposandosi, confesserà al marito la sua natura e cioè quella di Dama Immortale del monte, a cui deve far ritorno poiché suo luogo d’origine. La donna regalerà all’amato uno specchio per consentirgli di guardarla ogni volta che lo desidererà, ma lui, incapace di accontentarsi di ciò, tenterà di seguirla e provocherà una rottura dello specchio, che andrà in fiamme. Ecco allora che la sorpresa sta proprio nell’osservare quanto un paesaggio naturale come quello montuoso, in questo caso un vulcano alto 3376 metri, con una circonferenza di 125 chilometri e distante 100 chilometri da Tokyo (da cui risulta comunque visibile nella bella stagione), possa divenire oggetto di misteri e segreti. Similmente anche il racconto Prima neve sul Monte Fuji di Kawabata costringe il lettore a considerare l’evento della prima nevicata sul Fuji – osservato con meraviglia dai protagonisti durante un viaggio in treno - come un fattore sostanzialmente marginale della narrazione, ma nonostante ciò, lo rende l’elemento da cui scaturisce una dolorosa e toccante storia d’amore incentrata sulle misteriose vie che conducono due giovani innamorati a perdersi per poi incontrarsi nuovamente, anche se in un tempo presente tutto da scoprire e ancora da vivere. Quel panorama magico, che ci coglie tutti alla sprovvista perché ricco nella misura in cui ognuno di noi lo riempie di significato, torna nella letteratura e nell’arte, offrendosi così com’è, ma concedendoci pur sempre uno spazio immaginativo creativo e personale.


[…] Tra noi restano ancora cose importanti, preziose. Dobbiamo averne cura.

-È un modo di parlare enigmatico.

-Ma è un enigma.

-Un enigma che si può risolvere? O di quelli che non si risolveranno mai? – chiese Utako inclinando la testa, come se rivolgesse la domanda a se stessa. […]

Di nuovo videro il Fuji imbiancato dalla prima neve. […]

-Però senza le nuvole, quella poca neve attorno alla cima non ha niente di speciale.[1]


Il dialogo tra i protagonisti nel racconto del Premio Nobel giapponese, è un’esemplare dimostrazione di quanto la realtà che circonda l’uomo eserciti un’influenza sulla sua esistenza e sui suoi pensieri. Questa realtà tuttavia, nelle opere letterarie, fotografiche, pittoriche (si pensi alle Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai) o fotografiche non si presenterà mai così com’è, forse proprio come la montagna non potrà mai essere solo un «rilievo di età geologica almeno terziaria, di altezza superiore a 600-700 m sul livello del mare»[2]. Se tuttavia la narrazione giapponese del Premio Nobel racchiude tutto il fascino e la delicatezza del rapporto tra uomo e paesaggio, è forse la poesia haiku quella maggiormente capace di svelare tutto ciò. Innumerevoli gli autori che ritraggono con poche, sceltissime parole, la fragilità e la bellezza del mondo, accostando paesaggio con realtà interiore. Si prenda, ad esempio, Kobayashi Nobuyuki (1763-1827), noto anche come Kobayashi Yataro, e il suo modo di rappresentare le stagioni e la precarietà dell’esistenza:


La prima neve:

così passa l’uomo

in questo mondo.[3]


NOTE

[1] KAWABATA YASUNARI, La prima neve sul Fuji, Torino, Einaudi, 2013, pp. 130-131. [2] Secondo quanto riportato sul Dizionario Treccani, consultato il 21/05/2010. [3] K. ISSA, Haiku scelti (a cura di Luigi Soletta), Milano, La vita felice Editore, 2008, p. 98.


THE MOUNTAIN: A MYSTERY IN THE VISION

OF THE ARTIST


In literature, the mountainous landscape has often been used as a pretext to offer the characters of stories and novels an opportunity for redemption, for interior research through the encounter-clash with nature, reflection on the bond between man and God, or description of a physical test to measure one's abilities or surrender, instead, to one's obvious limits. In our minds, the image of the mountain as a peak to climb or reach makes space; as a landscape that clearly demonstrates the succession of the seasons, a place of legends, myths and results of underground movements that only expert geologists and geographers are able to analyze and understand thoroughly. Japanese culture, however, seems to offer a surprising vision of mountainous places, almost overturning the usual perspective and significantly lingering around some small detail which, while putting the human being in communication with the mountain, does not neglect its realistic and physical dimension. The interest around Mount Fuji, for example, is undoubtedly due to the nature of the mountain which is actually a volcano to which numerous sanctuaries are dedicated and chosen as an ideal place for the training of monks and samurai; still today it is the object of pilgrimages even if in the second half of the nineteenth century it was forbidden to women as a sacred place.


Mount Fuji

On its slopes it seems that there is a forest whose fame is linked to some macabre events. What has been dubbed the "Forest of Suicides", in fact, seems to house the bodies of people, many of them unidentified, who have given themselves death by transforming themselves - according to legends - into evil spirits. Among its lakes, its caves and its plateaus, today the object of particular admiration, the dormant volcano has become a tourist destination, a sort of symbol. In fact it is very difficult in winter to be able to see this mountain, often wrapped in a sea of ​​clouds and immersed in a particularly humid climate as some famous photographs demonstrate (in particular, the documentary by Fiona Mai entitled "Ascent" attracts attention). It is easy to imagine how much nature takes possession of the artist's mind and how much the latter can remodel it, deform it, replicate it and make it intimate in the creative act itself which, as Siri Hustveldt also points out, through perception and memory attached to our emotionality, transform the whole.

In this regard, one of the most famous legends of Mount Fuji should be remembered with the story of an orphan, Princess Gloria, who while getting married, will confess to her husband nature, that is, that of “Immortal Lady of the mountain”, to which she must return as her place of origin. The woman will give the beloved a mirror to allow him to look at it whenever he wishes, but he, unable to be satisfied with this, will try to follow her and cause the mirror to break, which will go up in flames. So the surprise lies precisely in observing how much a natural landscape such as the mountainous one, in this case a volcano 3376 meters high, with a circumference of 125 kilometers and 100 kilometers away from Tokyo (from which it is still visible in the summer), can become the object of mysteries and secrets. Similarly, Kawabata's story First Snow on Mount Fuji forces the reader to consider the event of the first snowfall on Fuji - observed with wonder by the protagonists during a train journey - as a substantially marginal factor in the narrative, but despite this, it makes it the element from which comes a painful and touching love story centered on the mysterious paths that lead two young lovers to get lost and then meet again, even if in a present time to be discovered and still to be lived. That magical panorama, which catches us all off guard because it is rich to the extent that each of us fills it with meaning, returns to literature and art, offering itself as it is, but still granting us a creative and personal imaginative space. The dialogue between the protagonists in the story of the Japanese Nobel Prize is an exemplary demonstration of how much the reality that surrounds man exerts an influence on his existence and his thoughts. However, this reality, in literary, photographic, pictorial (think of Hokusai's Thirty-six views of Mount Fuji) or photographic works will never present itself as it is, perhaps just as the mountain can never be just a “geological age relief. at least tertiary, higher than 600-700 m above sea level” (this is the geographical definition). If, however, the Japanese narrative of the Nobel Prize contains all the charm and delicacy of the relationship between man and landscape, it is perhaps haiku poetry that is most capable of revealing all this. There are countless authors who portray the fragility and beauty of the world with a few, very selected words, combining landscape with inner reality. Take, for example, Kobayashi Nobuyuki (1763-1827), also known as Kobayashi Yataro, and his way of representing the seasons and the precariousness of existence:


«The first snow:

so passes the man

in this world.»