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GLI ATTREZZI DEL PENSARE PARTE II -PREGIUDIZIO DI CONFERMA

Aggiornato il: apr 5

Di Francesco Zevio

*note a piè pagina



Apriamo dunque la nostra cassetta.

Prima di tutto occorre mettere in luce come, volenti o nolenti, al di là di attrezzi veri e propri, tutti noi disponiamo già di alcune specifiche conoscenze pregresse circa alcuni modi di servirsi degli attrezzi. Per esempio: il modo in cui ci si serve di un martello; dunque i movimenti che consistono nel premere la mano su un manico, nel sollevare il braccio per poi abbassarlo di nuovo con forza. Queste serie di movimenti corrispondono più o meno a ciò che definisco come un modo: una conoscenza, una sorta di manualità del pensiero, un saper-fare cognitivo andato formandosi e specializzandosi all'interno di una relazione che lo lega a una certa funzione, a un certo attrezzo, a una certa funzionalità.

Ora: è abbastanza chiaro che occorre innanzitutto cominciare il lavoro da questi modi… perché sarebbe inutile consegnare a qualcuno il celebre turbocacciavite a trazione atlantica se quello continua a usarlo come un martello, se non ha acquisito la benché minima cultura relativa al suo corretto impiego [1].

Questi modi ci sono stati consegnati da millenni di esistenza biologica e sociale: sono le operazioni base del nostro cervello e la loro messa in atto è per noi inevitabile, non possiamo in alcun modo esimerci dal servircene. Certe volte queste conoscenze pregresse circa i modi ci permettono di risparmiare un sacco di tempo (se so usare un cacciavite a taglio, per esempio, saprò anche usare un cacciavite a croce e non dovrò imparare tutto daccapo) altre volte, invece, divengono automatismi inconsci che ci impediscono ed ostacolano nelle delicate operazioni del pensiero. Il primo passo, dunque, consisterà nel prendere coscienza di alcuni tra questi automatismi e modi consueti di servirsi degli attrezzi. Voglio cominciare da una sorta di modo dei modi che è chiamato pregiudizio di conferma (confirmation bias [2]).

Tramite questo concetto, si vuole mettere in luce la generale tendenza umana a confermare la propria visione del mondo.

Dobbiamo renderci conto che, similmente a come le operazioni del nostro corpo sono programmate per confermare la nostra esistenza biologica, ricercando gli elementi necessari alla sua sussistenza, così molte operazioni del nostro cervello sembrano essere programmate per confermare ciò che compone la nostra esistenza mentale. Il cervello è un organo: è quindi legato ad altri organi con cui forma una comunità di interessi fisiologici e non è in alcun modo programmato per agire in solitario. La sua funzione principale, in questa comunità di interessi, sembra consistere in questo: nell'interpretare la realtà, nel selezionare e privilegiare le informazioni che permettono alla comunità fisiologica di cui fa parte di sopravvivervi al meglio, quindi nel confermare questa realtà e continuare ad “abitarla”.

Arthur Rimbaud

Il pregiudizio di conferma ricade in questo ambito: tramite esso, il nostro cervello conferma uno stato del mondo nel quale si è ambientato – nel quale le basi della propria esistenza e le modalità di procacciarsele siano quanto più note e assicurate possibile – tramite esso, il nostro cervello privilegia quelle informazioni che confermano uno stato del mondo dove egli si senta a casa, ovvero protetto e in sicurezza [3].






Tale bias cognitivo è spesso rintracciabile e ben identificabile nelle cosiddette posizioni complottiste – ma qui, tirando in ballo complotti e complottismo, occorre fare una precisazione.

Accade infatti molto spesso che, qualora una persona dia del complottista a qualcuno (o che tacci di complottismo certe teorie), tale persona non stia solo dicendo o denunciando qualcosa di quel qualcuno (o di quelle teorie), ma anche e soprattutto di sé stesso. Ovvero: l’impiego di questa parola può parimenti segnalare la presenza, in chi la usa, di un certo pregiudizio di conferma: perché anche nel suo caso può trattarsi in fondo di voler a tutti i costi confermare il proprio stato del mondo, servendosi di questa parola che agisce, per chi la impiega, come una sorta di esorcismo contro quanto sia capace di mettere più o meno radicalmente in discussione la propria visione del mondo. È per questo che, molto spesso, complottisti e anticomplottisti vivono (intellettualmente e dialetticamente parlando) l’uno dell’altro – in una sorta di odi et amo degli estremi. Quanto avviene per la parola complottismo vale anche per altre parole, ovviamente [4].

Il pregiudizio di conferma ferma il mondo, per così dire, lo richiude su sé stesso ed è una trappola che ci è sempre tesa, in cui possono cadere anche le persone più colte. Le quali sono magari per l’appunto colte, ma non accorte. Se ciò accade, spesso è con danni decisamente superiori alla media: perché anche la cultura di queste persone è superiore alla media e quindi possono confermare il proprio mondo, sia a sé stessi che agli altri, basandosi su una capacità dialettica e su una forza di persuasione molto maggiore rispetto alla media.

Martin Heidegger

Per concludere, voglio ricordare come in alcune pagine del suo Die Technik und die Kehre, Heidegger identificasse il più profondo valore dell’uomo [Würde des Menschen] proprio nella sua capacità di “concedere,” “custodire” e “accordare” [gewähren] una sorta di condizione di apertura riguardo ad ogni “[…] essere su questa terra,” una condizione di apertura che è appunto l’esatto contrario di quanto operato dal pregiudizio di conferma. Questa condizione è necessaria, vitale anche per il pensiero [5].



NOTE

[1] Piccola parentesi: a mio avviso, è proprio questo lavoro sui modi cui allude il termine criticamente del passaggio gramsciano citato nel preambolo. Da questa linea prospettica, la ripresa del nazional-popolare gramsciano nella concezione di Fusaro è perfettamente criticabile. [2] Bias deriva dal provenzale e significa “inclinato”, “obliquo.” I bias cognitivi, in psicologia, sono definibili come delle operazioni automatiche del pensiero che ci fanno inclinare verso un certo giudizio. Se ci immaginiamo il movimento del pensiero come quello di una biglia su un tavolo, questi bias che fanno sì che il tavolo sia inclinato e che dunque la biglia si muova irresistibilmente in direzione di un certo giudizio. La situazione ideale per l’esercizio del pensiero critico, invece, sarebbe quella di un tavolo perfettamente in bolla. [3] Quello che invece si rifiutano di fare alcuni individui come Rimbaud:

"O mondes! Et le chant clair des malheurs neouveaux!

Oh mondi! E il canto chiaro delle sventure a venire!"

Ammetto di avere sostituito l’originale monde (singolare) con mondes (plurale) così da rendere più chiaro ciò che intenda – ma non credo di aver travisato quanto volesse esprimere l’autore delle Illuminations, libro da cui è tratta questa frase (presente nell’ultimo testo della raccolta, intitolato Génie).


[4] Per esempio, come rilevato da M. D’Eramo in un suo saggio intitolato Populism and the New Oligarchy, con la parola “populismo.” In questo saggio, tra le altre cose, si nota come il termine “populista” venisse spesso impiegato dai centristi in una sorta di strategia da terrorismo lessicale: così da bollare preventivamente alcuni contenuti e poi rimuoverli in automatico dall’orizzonte del discorso politico.


[5] Per chi conosca il tedesco e Heidegger, riporto il passo in questione:

"Das Gewährends, das so oder so in die Entbergung schickt, ist als solches das Rettende. Dann dieses läßt den Menschen in die höchste Würde seines Wesens schauen und einkehren. Sie beruht darin, die Unverborgenheit und mit ihr je zuvor di Verborgenheit alles Wesens auf dieser Erde zu hüten."

Purtroppo, una traduzione efficace di questo passo così fitto di termini specifici del lessico heideggeriano richiederebbe un articolo a parte… e questo perché, proprio come scritto dallo stesso Heidegger in un passaggio del suo Parmenides, la traduzione è riuscita solo quando ci tra-duca (quindi ci guidi, ci conduca) nella medesima esperienza in base a cui il pensatore ha concepito certi termini. Ma l’umiltà del pensiero è anche questo: riconoscere e accettare il fatto che, per certe cose, occorra tempo.