top of page
  • Immagine del redattoreculturainatto

FRANCESCO ZEVIO - ROMA AMOR






ROMA AMOR

(2014)



I



Longumque vale…

Claudiano, De raptu Proserpinae




Tracce chimiche notturne

comete d’acciaio e luci intermittenti

dei 747, gas di scarico

rifiuti lungo il margine dei campi –

lungo il margine dei campi

uno sporco materasso

tra la colza e i bassi arbusti,

una figlia della notte e il suo sgabello

ad ogni stop

in direzione Malagrotta,

ad ogni nuova ansa

della vecchia Aurelia… ma ne hai abbastanza


di rubare ore al sonno

e rigiocarle per azzardo

col traffico lontano ai sette colli

in soundtrack… ne hai abbastanza

di scorrazzare solitario

cospargendo del sale dei tuoi classici

i pascoli verdastri

della moderna Arcadia,

d’imputare il nostro male

alle muse postatomiche

del tedio, del delirio

e l’impotenza – vacuo coro

del significante. Caos


indigesto caos,

oscuro fonte di rinascita…

l’intera stirpe nasce dal respiro

di un sol uomo – e lo spirito fermenta

nel dolore.


 

Longumque vale: “addio, addio”.

Della nostra Regina: Proserpina.

 


II



La terra a mezzanotte

la luna malaticcia ed il remoto

abbaiare dei randagi. Fiori d’asfodelo


fioriscono in silenzio nelle tenebre

sterili e violacei… non sono forse

l’anticamera dell’Ade,

dove premettero gl’ultimi passi

della nostra Regina? dove Ciane

consunta in umore bluastro

rigò di quel suo pianto

i prati rugiadosi? – e ritorni a passeggiare


all’ombra delle acacie,

donando voce ad ogni vita…

e come allora, a diciott’anni

te ne andavi tra rovine di Scaligeri e Templari

e il profumato sospirare

del tuo Mincio, così ora

te ne vai a testa bassa sul viale che procede

verso il buio. Più in là


le pecore riposano agli ovili,

sazie bestie placidamente

stanche. Abbiamo camminato molto


ad est, oltre il grembo erboso di colline

sventrate dalle cave di ghiaia,

ne abbiamo visitato i campi

i pascoli assolati

i boschetti decidui, anima mia,

quando le nuvole correvano basse

e il Cielo c’era amico…

vagula tenula blandula, ἔσῃ ποτὲ ἆρα

φανερωτέρα τοῦ περικειμένου σοι σώματος

più concreta e visibile del corpo

spiccando more dagli spini

e insudiciandoci le scarpe

nei chiari pomeriggi

d’autunno, camminammo

lungo i sentieri campestri e nel fango

di pozzanghere, passate le piogge

pavoncelle spigolavano tra gl’alti ciuffi d’erba

o volavano veloci tra la colza,

e vecchi ruderi ospitavano

i nidi delle rondini. Più in là


quando improvvisa cadeva la notte

in quella casa diroccata, senza più un tetto,

su assi polverose

divorate dai tarli,

bivaccano zingari. I bambini

feroci per miseria

dormono ammassati sopra a stracci e vesti lacere

o siedono davanti alla piccola tv,

che vomita e rigurgita

rumore – in un angolo la madre beve birra

allattando la sua ultima

creatura. In queste notti


dei loro volti, sudici e incavati

alla luce dello schermo,

in queste notti mi perseguita

il ricordo… e te ne torni a passeggiare

all’ombra delle acacie, teso al silenzio

come Endimione al plenilunio, ὦ ψυχή

ich lehrte dich das Verachten

ἔσῃ ποτὲ ἆρα ἀγαθὴ καὶ ἁπλῆ

καὶ μία καὶ γυμνή

come uno stormo di farfalle notturne

che voli invisibile oltre un valico montano –

come a captare un’eco di luce

che il giorno passato, ronzando lontano,

seco trascinò nel buio.




 

Vagula tenula blandula, ἔσῃ […] σώματος: espressioni tratte dai Pensieri (propriamente “a sé stesso”) di M. Aurelio. I primi aggettivi in latino “vaga, tenera, blanda” sono riferiti dall’imperatore-filosofo alla sua anima, cui pure si rivolgono le seguenti domande in greco: “sarai mai un giorno più concreta e visibile del corpo?”. ὦ ψυχή […] γυμνή: ancora da M. Aurelio: “oh anima… sarai mai un giorno giusta, semplice, una, nuda?” Ich lehrte dich das Verachten: “io ti insegnai il Disprezzo”, espressione tratta dal capitolo “Del grande anelito” del Così parlò Zarathustra. Il passo intero così recita: “Oh anima mia, io ti insegnai il disprezzo che non giunge come un tarlo roditore, il Grande Disprezzo che ama – ed ama quanto più disprezza”.

 


III


a P.P.Pasolini


La terra a mezzanotte

la luna malaticcia ed il remoto

abbaiare dei randagi. Dei volti da

stringere il cuore…” avresti detto

tu, con la tua insanabile

dolcezza. Fu questo


forse il teatro

della tua più struggente tragedia,

o lungo l’Appia, o la Flaminia,

non ricordo – eppure tutte le strade

(dico così, per rompere un po’ il ghiaccio)

portano a Roma… negl’anni ‘70

come oggi, nell’era che già da un decennio

si affaccia sul vuoto ordinario

del “nuovo mondo”

e millennio. E così entrambi


calchiamo i pascoli notturni

naturale animi pabulum

forse perché da sempre

il nostro camminare in mezzo agl’uomini

solleva giusto un circo d’ombre

irrazionali

puntualmente soffocate

dal giorno… solo di notte

si leva l’elegia del cosmo

e quelle ombre reclamano una voce – o forse

sono il solo a ingannarmi

che qualcuno mi risponda dal notturno labirinto

di quest’ora, tra le sagome

d’alberi più nere del nero

della notte, al limitare dei campi

il volo impercettibile nell’aria

di civetta ai querceti

Athene noctua, sacra a chi conosce

forse per non riconoscermi

flatus vocis, o testarda mimesis,

o ancora l’ultimo, anonimo

temporis laudator… maestro d’ombre

che viva piuttosto a suo agio

dietro un sipario di acuto sentimento

e astrusa cultura proteiforme.


Eppure, vita pura

sia tu ombra od uomo certo

almeno questa notte, lascia che ti chiami

Fratello

forza del passato… ieri come oggi

tra borgate o all’ombra della acacie, il nostro amore

è per i vivi –

è nella Tradizione.




 

La tua più struggente tragedia […]: ci si riferisce alla poesia di P. P. Pasolini che culmina coi versi “io sono una forza del passato”, ripresi anche alla fine di questa sezione. Naturale animi pabulum: “Cibo naturale dell’animo”.

Flatus vocis […] mimesis: espressioni tratte da opere e interventi di Pasolini.

Temporis laudator [acti]: espressione oraziana (“lodatore del tempo trascorso”), con cui si indica chi nutra un facile amore nostalgico per ciò che fu, per una qualche perduta e vagheggiata “età dell’oro”.

Il vecchio borgo: quello arroccato sull’Isola del Giglio.

 

IV


E poi mi prese l’alta fantasia…

bohème musicale di Settembre

o non fu piuttosto un concertare

di ricordi, un esubero di vite

in un sol uomo? – oh tu torna

ritorna…

nel vecchio borgo un vortice di musica

ed oltre la muraglia medicea

colava il nero vino della notte

su di noi, immacolati – e la coscienza

dello scorrere del Tutto

non scalfiva che di un soffio

la struggente bellezza

del Momento… oh tu torna,


attimo immenso

ritorna… tu non sarai con me

affrancata dal dominio

del cieco pensiero – e non ti vedrò

assorta nella Vita, ubriaca

del Momento, fermandolo su carta

con grafite – e i tuoi due cieli

a ricercarmi nella stanza, quasi

fosse già l’alba e il nostro amore

una romanza

provenzale… e non ti avrò


sulla spiaggia di quell’isola, la notte

tra gli ansimi del mare

e la tua mano stretta sulla sabbia,

inconscio d’isole e città

ci perderemo qualche brindisi

all’Arte ed alla nostra… ed il silenzio

d’agave petroso

popolerò di sogni e di chimere

quando il sigaro, fedele

brucerà per me solo –

e il mare sboccerà

in bianca spuma d’onda, e le stelle esploderanno

senza senso… e miti insepolti

torneranno a bussare

alle porte del Mondo.





Suite dei mondi, Robin edizioni 2019




Comments


CULTURA

Logo%202020_edited.jpg

IN ATTO

bottom of page