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SUITE DEI MONDI di Francesco Zevio

Aggiornato il: gen 16

Cari amici, vi segnaliamo con piacere ed orgoglio l'uscita del libro di poesie del nostro Francesco Zevio.

Lo potete acquistare online nel sito http://www.robinedizioni.it/nuovo/suite-dei-mondi

Di seguito troverete un breve assaggio della raccolta.


***




DALLA PREFAZIONE A CURA DEL POETA SILVIO RAFFO



IL MOSTO PURO


Sa quasi di miracolo, nel diciottesimo anno del terzo millennio, leggere dei versi come questi di Francesco Zevio:

Amare, senza pensieri

amare ed essere amati.

Senza volgersi a ciò che fu ieri

ai giorni a venire, o andati […]

Una quartina rimata ABAB, il quarto verso rientrante, come soleva fare Giovanni Prati. Un “contenuto” leggibile e insieme cantabile. Comprensibile (qualche maligno potrebbe dire “quasi corrivo”, ma tutti sembrano ormai ignorare che la verità è semplice). La Poesia che ritorna bella. Oggi è più o meno un sacrilegio qualcosa che in arte abbia a che fare con la Bellezza, con il canto. Bisogna omaggiare la bruttezza, il deforme, l’osceno.

Francesco Zevio osa intitolare i suoi testi “Roma Amor”, “Vesperidi”, “Desiderium” (con piena consapevolezza etimologica e in aperto rapporto con la Sehnsucht romantica); le sue sezioni “Altrove”, “Suite mediterranea”, “Latium” (anche qui con piena consapevolezza mitico-etimologica); osa scrivere un distico di arditezza rimbaudiana e visionarietà preraffaellita: “abbandonandosi alla Poesia / come Ofelia alla sua morte”. Nel suo canzoniere si torna “[…] a bere da sguardi / celesti di desiderio” (ancora il vocabolo galeotto che allude al perno fondamentale dell’Eros e della Poesia di ogni tempo). Nel tessuto vellutato dei suoi arazzi vibrano interrogazioni estatiche e palpitanti: “[…] non è forse perfetto / il Mondo, in quest’istante?” in cui riecheggia addirittura Anna Achmatova (“Questa vita è perfetta”), affiorano dal vortice abissale delle emozioni constatazioni inquietanti: “e quasi mi distrugge la Bellezza […]”.

Il variegato canzoniere è vegliato da un distico di Shelley: “I am the Eye with which the Universe / beholds itself, and knows it is divine” (sono l’occhio attraverso cui l’Universo / contempla sé stesso, riconoscendosi divino). Sì, siamo proprio out of Time, in piena temperie romantica: ma non è forse questa la vera temperatura di ogni poesia, di ogni creazione artistica in cui trascendente e immanente (e come potrebbe essere altrimenti?) si identificano e si con-fondono?

Ci troviamo di fronte a un documento prezioso e insolito di partecipazione all’atemporalità della rêverie bachelardiana: tempo e spazio presenti e insieme trascesi dall’Altrove e dall’Eterno. La magia delle parole arcanamente rilucenti, come accadeva nei responsi degli oracoli, include l’illuminazione sapienziale: “Solo chi molto ama ha il diritto / del Disprezzo”; o ancora “[…] l’intera stirpe nasce dal respiro / di un sol uomo – e lo spirito fermenta / nel dolore”.

In questa fosforescente SUITE DEI MONDI, “romanza provenzale”, “bohéme musicale” e insieme cosmico caleidoscopio la cui vera cifra è la multiforme Armonia del Bello, possiamo assaporare quel liquor never brewed cui fa cenno Emily Dickinson. Qualcosa di mirabilmente inattuale, inebriante e catartico. Il mosto puro.

Silvio Raffo


***




TRENO NOTTURNO

Genova-Marsiglia



I tronchi delle acacie avvolti d’edera

s’alternano nel buio a ferro e acciaio –

il polline profuma l’aria tenera

di fuori… ma qui, nel mio scompartimento, un paio

di turisti avvelenano il silenzio.

Altrove è l’usignolo e il suo sgolarsi

di cristallo – l’arcano tuo segreto

che l’animo rapisce in sua catarsi

oh notte, domatrice dello spirito inquieto,

cola altrove il tuo nettare concreto…

e il treno corre cieco oltre i binari

e addenta le città e le fitte tenebre

con stridere di freni e macchinari –

arde solitario tra rotaie il fior di Cerere

e sua figlia, regina d’ombre e cenere.

Trapassano nel buio, ad una ad una,

lucciole al neon dal fascino perverso –

notte ottobrina, tiepida di bruma,

Febo tarda… e forse anch’egli ti contempla, perso

nel fragile incanto del tuo universo.

Ed io oscillo, incerto tra il lucore

che popola di sogni foglie e rami

e l’orrido fuggire delle ore…

la polvere dei giorni, il suo carico di mali, e

la vita a scivolarci tra le mani.

Ambrosia nera dei silenzi insonni,

su altre labbra poserai, stillante

quando l’ultimo addio darò ai miei sogni –

e ancora il fiore, la torcia di un tuo ierofante

sola arderà nel buio più straziante.

NOTE

Sgolarsi di cristallo: espressione ripresa da Ungaretti.

Febo: un nome di Apollo, dio del Sole.

Il fiore di Cerere […] : ovvero il papavero, perché solito crescere nei campi di grano o sul loro limitare. La figura dello ierofante richiama il mito eleusino, i Misteri che solevano celebrarsi nell’omonima località greca.





PARC DU PHARO

Belvedere, à C.



Vento sui trifogli

silvidi e ruscelli d’etere

marino – il tuo profumo dove l’erba

scapiglia e la tua chioma sciolta,

mentre persa osservi e ti ricerchi nelle forme

sconfinate di sole

di Marsiglia. Nulla so

di me

di te

di noi – vorrei donarti

un anno e poi due mesi

un anno e poi due mesi

di amore e di coraggio

e libertà infinita.




ROMA AMOR

sive

La Passeggiata, Prima stesura di un cortometraggio poetico


(breve estratto)

Longumque vale…

Claudiano, De raptu Proserpinae



Scie chimiche notturne

comete d’acciaio e luci intermittenti

dei 747, gas di scarico

rifiuti lungo il margine dei campi –

lungo il margine dei campi

uno sporco materasso

tra la colza e i bassi arbusti,

una figlia della notte e il suo sgabello

ad ogni stop

in direzione Malagrotta,

ad ogni nuova ansa

della vecchia Aurelia… ma ne hai abbastanza

di rubare ore al sonno

e rigiocarle per azzardo

col traffico lontano ai sette colli

in soundtrack… ne hai abbastanza

di scorrazzare solitario

cospargendo del sale dei tuoi classici

i pascoli verdastri

della moderna Arcadia,

d’imputare il nostro male

alle muse post-atomiche

del tedio, del delirio

e l’impotenza – il vacuo coro

del significante. Caos

indigesto caos

oscuro fonte di rinascita…

l’intera stirpe nasce dal respiro

di un sol uomo – e lo spirito fermenta

nel dolore.

(...)


NOTE


Longumque vale: “addio, addio…”



***


ACCESSUS AD AUCTOREM

Le poesie qui raccolte sono state scritte nel periodo 2013-2017 e sono dunque già datate, in un certo senso.

Oltre ad una voce personalissima e inconfondibile, ogni autentico poeta ha un modo umanissimo e tutto suo di amare le cose – dunque di partecipare al loro divenire, alla loro vita e rovina. Nell’ascolto, nel dispiegarsi della sua voce noi ammiriamo, di un poeta, l’artista; nella progressiva comprensione di questo suo modo di amare le cose, noi vi riconosciamo l’uomo. I due aspetti sono di fatto indivisibili e si risolvono nello stile – quello che, nell’esistenza di un uomo-artista, testimonia in maniera tangibile di ciò che Agamben definisce forma-di-vita.

La parola Suite è stata scelta a tale proposito: nella sua classica accezione musicale, infatti, confluiscono sia l’unità lirica [voce] data dall’impiego di una stessa tonalità, sia il susseguirsi di tempi differenti [il divenire delle cose]. Per questo libro, il modello principale è Bach – in particolare, lo struggente preludio e il seguito della seconda suite per violoncello (BMW 1008). La parola mondi richiama il concetto di Weltlichkeit [mondità] heideggeriano; l’Altrove esprime questo ambiguo e lancinante anelito di conoscenza ed esperienza di mondi ‘altri’ [Welt, sempre nell’ottica del filosofo tedesco].

In ogni caso, per sviluppare al più alto grado questo amore per le cose, è necessario vivere profondamente, ovvero tragicamente – quindi jenseits von Gut und Böse, al di là del bene e del male. La conquista di una tale dimensione tragica dell’esistenza è, d’altronde, uno dei principali temi del libro. Tale conquista non porta né al cinismo, né a una vuota e sterile relatività dei valori, bensì ad un amore per l’appunto tragico verso quegli aspetti e valori, quelle manifestazioni della realtà cui il poeta si percepisce più strettamente legato: manifestazioni e valori storici, materiali, culturali, spirituali – il corpo organico di una tradizione. Quale essa sia, spero risulti più comprensibile dalla lettura dei testi stessi e dei riferimenti ai vari autori e filosofi citati nella raccolta.


Ich beschwöre euch, meine Brüder, bleibt der Erde treu.

Augsburg, Dicembre 2018