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FRANCESCO ZEVIO - A COSA SERVE LA LUNA?



Le Voyage dans la lune, Georges Méliès 1902


Uno dei modi più efficaci per sbarazzarsi di una buona idea è quello di fare in modo che sia fraintesa. Screditarla, a quel punto, è gioco facile… e spesso, se si è lavorato bene, non è più nemmeno necessario, perché il solo fraintendimento basta e avanza. In questo senso, l’idea della Decrescita è sempre a rischio: e lo è sia per via di chi vi è apertamente contrario, sia per la confusione di quanti si professano suoi partigiani ma che comunque, per svariati motivi, restano perlopiù incapaci di esprimerla chiaramente, di delinearne con quanta più precisione e coerenza possibile i principi essenziali. È precisamente questo bisogno di chiarezza – il quale sento forte per me – che spesso mi spinge a scrivere e poi a condividere quanto ho scritto, così da aprirlo ad altre persone ed al dialogo d’idee che può scaturirne. Queste scarse paginette non fanno eccezione: anche loro sono nate da un simile bisogno di chiarirsi le idee, da un simile desiderio di dialogo e di scambio.


Nel caso specifico, la necessità di chiarezza è nata da una precisa notizia. Forse qualcuno avrà letto, o comunque sentito, del progetto geo-ingegneristico di scudo solare da realizzarsi tramite l’impiego di polvere lunare, la quale sarebbe in qualche modo sparata dalla luna o da qualche altra postazione nello spazio, sulla base di calcoli e modelli di simulazione, in modo da frapporsi tra sole e terra e così diminuire, per il fatto d’aver bloccato parte dell’irradiazione solare, la temperatura sul nostro pianeta.


Ora, al di là del futuro e dell’entità di questo progetto, la notizia può permetterci di trattare uno dei principi essenziali di cui sopra: principio che riguarda l’atteggiamento da assumere nei confronti di produzione tecnica e ricerca scientifica. Personalmente, a sentire certe cose, la reazione sarebbe quella di un luddismo generalizzato, scomposto e compulsivo… ma quale miglior modo di screditare la Decrescita che quello d’associarla ad accessi di tecnofobia, per poi rincarare con la rievocazione di lampade ad olio, carrozze, salassi, sanguisughe, selce e pietra focaia fino al proverbiale ritorno alle caverne – tutte allusioni a un conservativismo superstizioso e oscurantista, in quest’epoca di sfrenato entusiasmo tecnologico – o ancora impostare dubbi paralleli con le comunità Amish, come avvenuto questo inverno in Francia per bocca del presidente in carica (spesso letteralmente). Casi, questi, in cui non si capisce se sia l’ignoranza a vincerla sulla cattiva fede o viceversa… anche se per Macron potrebbe semplicemente trattarsi d’arroganza e sprezzante presunzione.


Eppure si può partire proprio da questo parallelo a sproposito per spiegare il principio, l’attitudine essenziale che mi sembra animare la Decrescita – almeno nelle persone di alcuni suoi pensatori di riferimento – nel proprio rapporto con tecnica e ricerca scientifica. Principio per cui la scelta di sviluppare, quindi di assumere o meno, in quanto società, un prodotto della tecnica messo a disposizione dalla ricerca scientifica, non debba necessariamente andare da sé, ma possa invece maturare da una considerazione d’ordine etico, da un giudizio articolato a partire da una serie di valori non economici. Gli Amish partono da una morale anabattista, da una precettistica puritana e da valori ispirati da una religione di stampo monoteistico che non possono riguardarci, ma non sono certo l’unico esempio storico disponibile a cui rifarsi. Restiamo in Europa e ricordiamo che l’antichità greca ha rinunciato deliberatamente, pur avendo sviluppato straordinarie competenze tecniche e matematiche, a far violenza alla natura, partendo da ben altre basi etiche e metafisiche. L’ignoranza (o la cattiva fede) di chi instauri questo genere di paralleli tra Decrescita e Amish o affini è data dal suo non riconoscere (o non voler riconoscere) che nulla vieta a una società laica d’esprimere un altro nucleo di valori, intimamente diverso, intorno a cui articolare la propria vita etica: legato per esempio all’attenzione dovuta agli ecosistemi e alla cura della biodiversità, alla dignità di un rapporto autonomo e conviviale tra uomo e ambiente, alla coscienza e alla maturazione di una responsabilità verso beni comuni quali la qualità dell’aria, la salute dei suoli e delle zone boschive, lo stato delle acque e così via. Anche qui, nella sua supposta neutralità etica, l’ordine economico vigente dissimula una posizione precisa: quella di non accettare la possibilità che considerazioni d’ordine etico ostacolino il perseguimento degli interessi definiti dal suo preciso nucleo di valori, quindi di affermare la preminenza del valore e del giudizio economico sul valore e sul giudizio etico. Neutralità etica che è pure rivendicata – e vantata – dalla ricerca scientifica. Ora: questa nebulosa di neutralità ammanta un paio di questioni e di problemi cruciali che vale la pena affrontare, sempre nell’ottica di definire chiaramente i propri principi.


Uno dei problemi consiste nel fatto che ciò che chiamiamo scienza si è storicamente definito come forza liberatrice in sé, come fine in sé. Identificandosi illuministicamente con la lotta contro l’oscurantismo, contro la superstizione, contro tutto ciò che incatena l’uomo al regno della necessità, essa, già dalle prime utopie da Nuova Atlantide baconiana, si delineava e andava pure connotandosi come fede e cieca speranza nell’estensione virtualmente infinita del regno della libertà umana. Per questo motivo quando si dice che la nostra è una civiltà tecnologica non ci si riferisce semplicemente al fatto che disponiamo di più strumenti tecnici, o di strumenti tecnologicamente più avanzati rispetto ad altre civiltà d’altre epoche della storia, ma ci si sta riferendo a qualcosa di sostanziale, di fondativo, qualcosa che caratterizza radicalmente la nostra civiltà, proprio come avviene quando si definisce la civiltà che fu espressione del medioevo cristiano come teologica. Ogni idea di porre dei limiti alla ricerca scientifica e all’applicazione tecnica viene da noi aprioristicamente percepita come un atteggiamento oscurantista, contrario all’essenza della nostra civiltà e ai valori che essa esprime. Eppure è proprio questa capacità di limitazione cosciente ad esserci necessaria, oggi più che mai. La formula di limitazione cosciente vuole tradurre il termine Selbstbegrenzung di André Gorz, definito come la capacità umana di “autolimitazione culturale dei propri bisogni e dei propri progetti”: principio essenziale, vera e propria polare nella costellazione d’idee della Decrescita [1].


Un secondo problema riguarda il fatto che ciò che chiamiamo scienza si è sviluppato storicamente come il sapere per eccellenza capace di rivelare la sfruttabilità, ovvero il potenziale di sfruttamento, insito in ogni cosa. Come già scritto da Anders oltre cinquant’anni fa, nella nostra epoca non solo è considerato scandaloso il fatto di non sfruttare una possibile risorsa o materia prima, ma anche e soprattutto quello di non riconoscere in qualcosa di disponibile una risorsa sfruttabile, quindi di non averlo trattato come tale [2] . L’ipotesi metafisica, il quadro ontologico condiviso sia dalla scienza che dall’economia odierne – ciò che da qualche secolo a questa parte le accoppia nella predatoria joint venture industriale – è quello che non esista nulla che non sia sfruttabile, ovvero che le possibilità di sfruttamento economico possano, grazie a ricerca scientifica e produzione tecnica, finire col rivelarsi in ogni cosa – in ogni fatto codificato in dato, in ogni principio d’organizzazione e applicazione di sistemi di dati, in ogni molecola e atomo, in ogni sequenza di DNA sottoposta a brevetto – in ogni cosa. Anche il deciso rifiuto di questa ipotesi metafisica, di questa ontologia mi sembra essere un principio essenziale della Decrescita che non deve essere perso di vista.


A cosa serve la luna? Domanda molussiana… sempre come scrisse e avvisò Anders. Oggi la geo-ingegneria ci ha dato un’altra risposta.





1. La citazione è un estratto da Le fil rouge de l’écologie, trascrizione di un dialogo tra André Gorz ed Erich Hörl.

2. L’uomo è antiquato, volume II (La metafisica della rivoluzione industriale).

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