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COSA DÀ "VITA" ALLA MUSICA? -PARTE II

Aggiornato il: gen 17

Di Carlo Tosato


Tempo e Percezione


In te, o anima mia, misuro il tempo

Agostino di Ippona, Confessioni, XI, 35-37


Nell’articolo precedente, in una breve frase che potrebbe sembrare di poco conto ma che invece è fondamentale, dicevo che uno dei due attributi indispensabili di un oggetto sonoro, e quindi anche della musica, è il tempo, oltre all'altezza. Di Bona e Santarcangelo (2018), nel provare come funziona il nostro udito attraverso il tempo, hanno confermato una cosa che ad alcuni può sembrare ovvia, ma che tanto ovvia non è. Cosa accade effettivamente quando noi percepiamo un suono? Quanto può essere misterioso il processo attraverso cui noi udiamo il mondo? A mostrarci l’incredibile complessità dell’udito vi è Albert Bregman, psicologo dell’udito tra i più autorevoli degli ultimi trent'anni, di cui cito testualmente la sua riuscitissima metafora:

Albert Stanley "Al" Bregman

"Immagina di essere sulla riva di un lago e che un tuo amico ti sfidi a fare un gioco. [...] Il tuo amico scava due stretti canali a partire da una sponda del lago. Ciascuno di essi è lungo pochi metri e largo pochi centimetri; distano pochi metri l’uno dall'altro. A metà di ogni canale, il tuo amico stende un fazzoletto legandolo alle rive del canale. Quando le onde raggiungono la riva del lago, si propagano fino ai canali e mettono in movimento i due fazzoletti. Ti è permesso solo di guardare i fazzoletti e di rispondere, basandoti sul loro movimento, alle seguenti domande: quante barche ci sono nel lago e dove si trovano? Qual è la più grande? Qual è la più vicina? Il vento sta soffiando? È caduto all'improvviso un oggetto voluminoso nel lago? Sembra impossibile risolvere questo problema, ma si tratta di una buona metafora per descrivere il problema affrontato dal nostro sistema uditivo. Il lago rappresenta il lago d’aria che ci circonda. I due canali sono i due canali uditivi e fazzoletti sono i nostri timpani. L’unica informazione di cui dispone il nostro sistema uditivo [...] sono le vibrazioni dei due timpani. Eppure, il sistema sembra essere capace di rispondere a domande molto simili a quelle formulate sulla riva del lago: quante persone stanno parlando? Chi parla più forte o più da vicino? Si sente il ronzio di un motore in sottofondo?"

(A. S. Bregman, Auditory Scene Analysis. The Perceptual Organization of Sound, MIT Press, 1990, pp. 5-6)

Come si può ben intuire quindi, le problematiche sollevate dal nostro senso uditivo sono molte di più di quelle che ci si aspetterebbe, e il testo di Di Bona e Santarcangelo dà un’ottima panoramica di come la ricerca sta ancora oggi cercando delle risposte. In questo articolo mi soffermerò soltanto su un punto, dedotto dalla lettura di questo libro, che ho trovato particolarmente utile per poi proseguire attraverso altre tematiche e altri autori:

Il modo attraverso cui noi percepiamo il mondo è unico e diverso per ogni individuo. Anche questa sembrerebbe una frase generica e priva di valore, ma vorrei che poneste attenzione al verbo che ho usato. Esatto: percepire. La parola “percezione” ha acquistato negli ultimi decenni un peso sempre più grande nel campo della ricerca. Questa parola contiene in sé un numero esorbitante di implicazioni: vuol dire che noi non vediamo il mondo per come è, ma siamo noi stessi ad essere il filtro tra quello che c’è fuori e quello che sentiamo dentro; vuol dire che già nell'atto di sentire il mondo noi applichiamo delle scelte, decidiamo se focalizzarci su un determinato fenomeno o meno; vuol dire che ad ogni rappresentazione sensibile applichiamo la nostra palette emotiva, creando così ricordi estremamente personali (e badate bene che ciascuna palette contiene esattamente gli stessi colori primari, o le stesse emozioni primarie, di tutte le altre, ma il modo in cui poi si mischiano dipende dalla nostra singolare individualità e dai suoi legami con il mondo esterno).

Noi, attraverso la percezione, creiamo quindi continuamente dei modelli che rappresentano noi stessi, noi in relazione al mondo, e il mondo in sé, e che cos'è un modello se non un’idealizzazione rappresentativa estremamente dinamica, che cambia con lo scorrere del tempo? La psicologia della Gestalt (parola tedesca per forma, modello) asserisce proprio questo, in una maniera più complessa e sfaccettata di come l’ho introdotta io. Anche per gli oggetti uditivi accade lo stesso, e ancora di più per la musica.


Figura 1: Breve riassunto di una parte de "Il suono. L'esperienza uditiva e i suoi oggetti" di Di Bona e Santarcangelo (2018)

Nel caso del suono, le rappresentazioni mentali che ci creiamo sono per lo più a due dimensioni, ma tali dimensioni sono l’altezza e il tempo. Entrambe rispondono alla domanda “dove?” ma in maniera diversa: l’altezza indica la posizione del suono all'interno dello spettro sonoro che siamo in grado di riconoscere (in media dai 20Hz ai 20000Hz); il tempo, estremamente più difficile da definire, indica in principio la posizione nella linea temporale di un oggetto uditivo, ma le informazioni che può trasmettere sono molte di più. Attraverso il tempo sappiamo riconoscere se una serie di suoni è organizzata in modelli riconoscibili, che si ripetono o si alternato, possiamo stabilire se tali serie hanno un meta-messaggio oppure no, possiamo giudicarle “tristi”, “vivaci”, “frenetiche”, “imperiose”, “malinconiche”. Il tempo può essere velocità, densità, dinamicità o caoticità, per esempio.

Ho trovato straordinariamente sorprendente questa definizione di rappresentazione uditiva, non appena mi sono cimentato nella lettura di un altro articolo contenuto in questo caso in Handbook of Music and Emotion, pubblicato nel 2010 dalla Oxford University Press. La funzione della struttura nell’espressione musicale delle emozioni di Alf Gabrielsson and Erik Lindström offre un quadro molto illuminante della diversa importanza dei diversi elementi costitutivi della musica (velocità, armonia, modo, tempo, densità ecc.) ricavato da numerosi esperimenti precedenti.

Ciò che mi ha colpito fin da subito è che si sia appurato che il tempo sia l’elemento più importante che ci permette di distinguere il carattere di un pezzo, ancora di più rispetto al modo (maggiore, minore, ecc.). Sono due gli esperimenti che voglio citare in questo articolo riguardo quanto appena scritto:

Il primo, avvenuto nel lontano 1928 ad opera di C. P. Heinlein, dove a trenta soggetti vennero fatti ascoltare degli accordi, singoli, estrapolati da ogni contesto. Accordi di diverso tipo, che dovrebbero corrispondere a precisi stati d’animo secondo la convenzione musicale tradizionale. I risultati hanno confermato l’esatto opposto: solo due dei trenta soggetti hanno risposto “correttamente”. C’erano risposte emotive “tristi” ad accordi maggiori e risposte emotive “felici” ad accordi minori.

Il secondo articolo, scritto a quattro mani da L. Gagnon e I. Peretz, avvenuto nel più recente 2003, mette a confronto modo e tempo per capire quale sia il fattore più influente nel percepire il carattere emotivo di un pezzo. Ne è venuto fuori che entrambi sono essenziali per l’espressione percepita, ma il tempo lo è in misura maggiore.

La musica quindi, più che l’arte del suono in sé, sembra essere piuttosto l’arte del tempo, e del suono in relazione al tempo. Ma di quale tempo stiamo parlando? Del tempo realmente esistente, sempre che esista, del tempo che la nostra mente percepisce, o dei modelli temporali già insiti nella nostra mente e attraverso cui il nostro cervello opera?

Agostino d'Ippona

Agostino fu uno dei primi ad intuire la soggettività del tempo, e quanto importanti siamo noi stessi a crearlo. Scrisse “In te, o anima mia, misuro il tempo”. Oggi queste intuizioni stanno ottenendo sempre più riscontri nella ricerca, rivelando un mondo, il cervello, che opera in maniera molto più plastica e dinamica di quanto si pensasse prima e, a volte, di quanto si continui a pensare ora.



“La nostra esperienza del tempo non è un’ombra in una caverna che nasconde una qualche verità assoluta; il tempo è la nostra percezione” (Alan Burdick, 2017).

Ho il vago sentore che se la musica continua ad essere un grande mistero ancora oggi, è perché quest’arte è diretta manifestazione della nostra essenza temporale, e il tempo a sua volta rimane tuttora incompreso nella sua interezza. Possiamo trovare migliaia di definizioni di “tempo”, ognuna ugualmente valida, possiamo scoprirla attraverso domande più strane e originali, ma è come se la sua essenza ci sfuggisse sempre di mano, esattamente come quando cerchiamo di rincorrere un arcobaleno.

Tempo e percezione, questo era il tema di questo articolo. Li reputo elementi centrali alla comprensione della musica, nella sua vitalità e umanità. Nel prossimo articolo riprenderò questi concetti, ma porterò il discorso verso un altro grande elemento, tra i più bistrattati nella musica ma anche nella ricerca nel secolo scorso: le emozioni. Importantissime porte di accesso all'uomo, fondamentali anche nei nostri processi razionali, al mantenimento omeostatico del nostro organismo e, a mio ponderato e documentato parere, elementi imprescindibili nella musica in quanto manifestazione umana e naturale, che andranno a spiegare l’alessitimia di buona parte della musica d’avanguardia di questi due secoli, enormemente stratificata da elementi intellettuali completamente inadatti ad essere trasmessi attraverso i suoni, o al sentire in generale.



Bibliografia di Riferimento Di Bona E., Santarcangelo V., Il Suono. L’esperienza Uditiva e I suoi Oggetti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018 Gabrielsson A., Lindström E., The Role of Structure in the Musical Expression of Emotions in: Handbook of Music and Emotions, curato da P. N. Juslin e J. Sloboda, Oxford University Press, 2010, pp. 369-400 Burdick A., Perché il Tempo Vola. E perché la felicità è un lampo e quando ci annoiamo le ore non passano mai, trad. Di Gledis Cinque, Il Saggiatore, Milano, 2018 Libri Consigliati Baldi G., Cronodiànoia o del Realismo Interiore. Pensiero e Sentimento del Tempo. Proposte per la Musica del XXI secolo, Armelin Musica, Padova, 2015