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NOZZE A TIPASA - A. CAMUS

ITA/FR


Traduzione in italiano dal francese di Francesco Zevio

Dalla raccolta di saggi di A. Camus "Nozze" (Noces)

Foto dell'autore scattate all'Isola del Giglio



In primavera, Tipasa è abitata dagli Dei e gli Dei parlano nel sole e l’odore degli assenzi, nel mare corazzato d’argento, il cielo blu smaltato, le rovine ricoperte di fiori e la luce esondante tra gli ammassi delle pietre. Vi sono istanti in cui la campagna è nera per il sole. Invano gli occhi tentano di afferrare qualcosa, oltre le gocce di luce e di colore tremanti ai bordi delle ciglia. L’immenso odore delle piante aromatiche raschia la gola e soffoca nella canicola. È solo a pena se, al fondo del paesaggio, posso vedere la massa nera di Chenua allignata nelle colline intorno al villaggio – smembrandosi d’un ritmo pesante e sicuro per andare a accovacciarsi nel mare.

Arriviamo dal villaggio che già si apre sulla baia. Entriamo in un mondo giallo e blu dove ci accoglie il sospiro odoroso e acre della terra d’estate in Algeria. Ovunque sono rosee buganvillee a spiccare dai muri delle ville – ibischi dal rosso ancora pallido in giardini, profusioni di rose spesse come crema, delicate orlature d’iris blu. Tutte le pietre sono calde. Nell’ora in cui scendiamo dal bus, colore dei botton-d’oro, nelle loro auto rosse i macellai compiono il loro giro mattutino e il suono dei clacson richiama gli abitanti.

A sinistra del porto, una scala di pietre riarse porta alle rovine attraverso i lentischi e le ginestre. Il sentiero passa di fronte a un piccolo faro per sperdersi poi in aperta campagna. Già lì, ai piedi del faro, grosse piante grasse dai fiori violetti, gialli e rossi discendono ai primi scogli che il mare succhia con un diffuso mormorio come di baci. In piedi nella brezza, sotto il sole che scalda un solo lato del nostro viso, osserviamo la luce a discendere dal cielo – il mare senza una cresta e il sorriso dei suoi denti abbaglianti. Per un’ultima volta, prima di penetrare nel regno delle rovine, rimaniamo spettatori.

Appena pochi passi e gli assenzi ci prendono alla gola. La loro lana grigia ricopre le rovine a perdita d’occhio. La loro essenza fermenta al calore e dalla terra al sole ne risale, per tutta l’estensione del mondo, un alcol generoso che fa vacillare il cielo. Camminiamo incontro all’amore e al desiderio. Non cerchiamo lezioni, né l’amara filosofia che si richiede alla grandezza. Al di fuori del sole, dei baci e dei profumi selvaggi, tutto ci appare futile. Io, per me, non provo ad esservi da solo. Vi sono spesso andato con coloro che amo e leggevo sui loro tratti il chiaro sorriso che vi assume il volto dell’amore. Qui lascio ad altri l’ordine, la misura – è il grande libertinaggio del mare e la natura che mi possiede interamente. In questo sposalizio di rovine e primavera, le rovine sono tornate pietre – hanno perso la politezza imposta loro dall’uomo e sono tornate alla natura. Per il ritorno di queste figliole prodighe, la natura ha prodigato i suoi fiori. Fra le lastre del foro, l’eliotropio alza la testa rotonda e bianca, i rossi gerani versano il loro sangue su ciò che furono case, templi, piazze pubbliche. Come quegli uomini che la molta scienza riporta a Dio, molti anni hanno riportato le rovine alla dimora materna. Oggi il loro passato le ha finalmente abbandonate e nulla le distoglie da questa forza profonda che le riporta al centro delle cose che rovinano.

Quante ore passate a spezzare gli assenzi, a carezzare le rovine, a tentare di accordare il mio respiro ai tumultuosi sospiri del mondo… sprofondato fra odori selvaggi e concerti d’insetti sonnolenti, apro gli occhi e il mio cuore alla grandezza insostenibile di questo cielo che esplode di calore. Non è così facile divenire ciò che si è, ritrovare la propria misura profonda. Ma qui, osservando la china solida del Chenua, il mio cuore si racquetava in una strana certezza. Imparavo a respirare, mi integravo e completavo. Uno dopo l’altro, risalivo i pendii e ognuno riservava una ricompensa: come un tempio le cui colonne misurano il corso del sole e da dove si vede l’intero villaggio – i suoi muri bianchi e rosa, le sue verande verdi. O come quella basilica sulla collina ad est: ha conservato i suoi muri e intorno a sé, in un ampio raggio si allineano sarcofagi esumati, perlopiù affioranti appena dalla terra di cui ancora sono parte. Contennero dei morti – per ora vi crescono salvia e ravanelli. La basilica di Santa Salsa è cristiana ma, ogni volta che osservi da un pertugio o un’apertura, è la melodia del mondo che giunge fino a te – i fianchi di pini e di cipressi, il mare con i suoi cani bianchi a una ventina di metri. La collina di Santa Salsa termina in un pianoro e il vento soffia più ampiamente attraverso i portici. Sotto il sole del mattino, una grande felicità si lascia dondolare nello spazio.

Ben poveri, coloro che necessitano di miti. Qui gli Dei servono letti e segni di riferimento nel corso delle giornate. Descrivo e dico: “ecco chi è rosso, chi blu, chi verde. Qui il mare, la montagna, i fiori.” Perché avrei bisogno di Dioniso per dire che amo spezzare le bacche di lentisco sotto il mio naso? Forse è addirittura per Demetra quel vecchio inno di cui mi sovverrò più tardi in tutta naturalezza, che recita felice tra i viventi sulla terra colui che ha visto queste cose. Vedere – e vedere su questa terra – come dimenticare la lezione? Ai misteri di Eleusi bastava contemplare. Eppure capisco che persino qui, persino in questo luogo non mi è dato di avvicinarmi abbastanza al mondo. Bisogna che sia nudo, che mi tuffi nel mare ancora profumato delle essenze della terra – bisogna che lavi queste in quelle, che annodi sulla mia pelle quell’amplesso per cui da tanto tempo sospirano la terra e il mare. Entrato in acqua è il rapimento, la risalita di una colla fredda e opaca, poi l’immersione nel ronzio delle orecchie, il naso e la bocca amara – il nuoto, le braccia verniciate d’acqua che escono dal mare per dorarsi nel sole e riabbattersi in una torsione di tutti i muscoli, la corsa dell’acqua sul mio corpo, questo possesso tumultuoso dell’onda da parte delle gambe – e l’assenza d’orizzonte. Sulla riva è la caduta sulla sabbia, abbandonato al mondo è di nuovo il mio peso di carne e d’ossa – istupidito dal sole, di tanto in tanto, uno sguardo per le mie braccia dove le chiazze di pelle asciutta scoprono, con lo scivolare dell’acqua, una bionda peluria e la polvere del sale.

Qui comprendo cosa sia ciò che chiamano gloria: il diritto di amare smisuratamente. Non vi è che un solo amore in questo mondo. Stringere a sé il corpo di una donna è ancora un ritenere questa strana gioia che dal cielo scende al mare. Fra poco, quando mi getterò fra l’assenzio per lasciar penetrare il loro profumo nel mio corpo avrò coscienza, contro ogni pregiudizio, di portare a compimento una verità che è quella del sole e che sarà quella della mia morte. Perché è proprio la mia vita, in un certo senso, che qui metto in gioco – una vita al gusto di pietra calda, piena di sospiri dalle rive e sperse cicale che ora cominciano a cantare. La brezza è fresca, il cielo blu. Amo questa vita con abbandono e voglio parlarne in libertà – è lei che mi dona l’orgoglio della mia condizione d’uomo. E, tuttavia, mi hanno spesso detto che in tutto ciò non v’è niente di cui andare fieri. E invece sì, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore palpitante giovinezza, il mio corpo al gusto di sale e l’immenso sfondo dove gloria e tenerezza si incontrano nel giallo e nel blu. Ciò che mi permette di esercitare la mia forza e le mie risorse va conquistato. Tutto, qui, mi lascia intatto – non abbandono niente di me, non assumo alcuna maschera – mi è sufficiente apprendere con pazienza la difficile arte del vivere, che ben vale tutto il savoir-vivre del mondo.

Poco prima mezzogiorno ritorniamo attraverso le rovine a un piccolo caffè vicino al porto. Con la testa rintronata dai cimbali del sole e dei colori, quale fresco benvenuto è quello della sala in ombra, del grande bicchiere di menta verde e ghiacciata! Di fuori è il mare, la strada ardente di polvere. In piedi di fronte al tavolo, tento di afferrare tra le mie ciglia ammiccanti lo sfolgorio del cielo bianco di calore. Il volto imperlato di sudore, ma il corpo fresco nella maglia leggera che ci veste, innalziamo tutto la gioiosa spossatezza di un giorno di nozze con il mondo.

Si mangia male in questo caffè, ma c’è molta frutta: soprattutto delle pesche che mangiamo addentandole, così che il succo ne coli sul mento. I denti richiusi sulla pesca, ascolto i forti colpi del mio sangue risalire fino alle orecchie e divoro lo spazio con lo sguardo. Sul mare è il silenzio enorme del mezzogiorno. Ogni essere bello nutre un orgoglio naturale per la sua bellezza e oggi, il mondo lascia trasudare ovunque il proprio orgoglio. Davanti a lui, perché dovrei negare la gioia di vivere solo per il fatto che, tramite lei, non riesca a spiegarmi la totalità delle cose? Non c’è vergogna ad essere felici. Ma oggi l’imbecille è re: e chiamo imbecille chi ha paura di gioire. Ci hanno parlato così tanto di orgoglio… sapete, il peccato di Satana. Diffidate! – si gridava – perderete voi stessi e le vostre forze vive! Da allora, ho appreso che in effetti sì, in effetti un certo orgoglio… ma in altri momenti non posso non rivendicare l’orgoglio di vivere che il mondo intero cospira a trasmettermi. A Tipasa vedere equivale a credere. Non mi ostino a negare ciò che la mia mano può toccare e le mie labbra accarezzare. Non provo il bisogno di farne un’opera d’arte, ma di raccontare ciò che è differente. Tipasa mi si mostra come quei personaggi che si descrivono per significare indirettamente una visione del mondo – e come loro testimonia, e virilmente. Oggi è lei il mio personaggio – e mi sembra che a carezzarla, che a descriverla la mia ebrezza non avrà mai fine. Vi è un tempo per vivere e un tempo per testimoniare di vivere. Vi è anche un tempo per creare, ciò che è meno naturale. Mi è sufficiente vivere di tutta la vita del mio corpo e testimoniare di tutto il mio cuore. Vivere Tipasa, testimoniare e poi l’opera verrà. Vi è una libertà, in questo.



Non restavo mai più di un giorno a Tipasa. Arriva sempre un momento in cui abbiamo osservato troppo un paesaggio, proprio come è necessario molto tempo, prima che lo si abbia osservato a sufficienza. Le montagne, il cielo, il mare sono come volti di cui scopriamo l’aridità o lo splendore a forza di guardare invece di vedere. Ma ogni volto, per essere eloquente, deve subire un certo rinnovamento. E ci si lamenta d’essere stanchi troppo presto, quando si dovrebbe ammirare come il mondo ci appaia nuovo per il semplice fatto di essere stato dimenticato.

Verso sera rientravo in una parte del parco più ordinata, disposta in giardino, al bordo della via statale. Uscendo dal tumulto dei profumi e del sole, nell’aria ora più fresca della sera, lo spirito si calmava, il corpo rilassato gustava il silenzio interiore che nasce dall’amore consumato. Mi ero seduto su una panchina. Guardavo la campagna smussarsi con il giorno. Ero sazio. Sopra di me, un melograno lasciava pendere i bozzoli dei suoi fiori, chiusi e affiancati come piccoli pugni chiusi che contengano tutta la speranza della primavera. C’era del rosmarino alle mie spalle – e solo ne percepivo il sentore d’alcool. Colline s’incorniciavano tra alberi e più in là, più lontano ancora, un orlo di mare su cui il cielo, come una vela in panne, riposava in tutta la sua tenerezza. Avevo in cuore una gioia strana – quella stessa che nasce da una coscienza tranquilla. Vi è una sensazione che esperiscono gli attori quando sono coscienti di aver ben interpretato il loro ruolo: ovvero, in senso più preciso, di aver fatto coincidere i propri gesti e quelli del personaggio ideale che incarnano, d’essere in qualche modo entrati in un disegno tracciato in precedenza e che hanno improvvisamente fatto vivere e palpitare col loro cuore. Era precisamente questo che sentivo: avevo ben interpretato il mio ruolo. Avevo svolto il mio mestiere d’uomo: aver conosciuto la gioia per tutto un lungo giorno non mi sembrava un’impresa eccezionale, ma il commosso compimento di una condizione che, in determinate circostanze, fa della felicità un nostro dovere. Ritroviamo allora una certa solitudine ma, questa volta, nella soddisfazione.



Ora gli alberi s’erano popolati d’uccelli. Lenta, la terra sospirava prima di penetrare nell’ombra. Presto, con la prima stella, la notte cadrà sul palcoscenico del mondo – le fulgide divinità del giorno moriranno la loro morte quotidiana. Ma altri Dei verranno. E per essere più foschi, i loro volti devastati saranno comunque nati nel cuore della terra.

Adesso, perlomeno, l’incessante dischiudersi delle onde sulla sabbia mi giungeva attraverso uno spazio dove danzava un polline dorato. Mare, campagna, silenzio, profumi di questa terra… mi colmavo di una vita aulente e mordevo il frutto già dorato del mondo – sconvolto nel sentirne il succo forte, zuccherato colarmi lungo le labbra. No… non ero io ad essere importante, né lo era il mondo, ma solo l’accordo e il silenzio che da lui a me faceva nascere l’amore. Amore che non avevo la debolezza di rivendicare per me solo, cosciente e orgoglioso di condividerlo con tutta una razza nata dal sole e dal mare, piena di vita e saporosa, che trae la sua grandezza dalla semplicità e che dritta, in piedi sulle spiagge, indirizza il suo sorriso complice al sorriso fulgente dei suoi cieli.






Au printemps, Tipasa est habitée par les dieux et les dieux parlent dans le soleil et l'odeur des absinthes, la mer cuirassée d'argent, le ciel bleu écru, les ruines couvertes de fleurs et la lumière à gros bouillons dans les amas de pierres. A certaines heures, la campagne est noire de soleil. Les yeux tentent vainement de saisir autre chose que des gouttes de lumière et de couleurs qui tremblent au bord des cils. L'odeur volumineuse des plantes aromatiques racle la gorge et suffoque dans la chaleur énorme. A peine, au fond du paysage, puis-je voir la masse noire du Chenoua qui prend racine dans les collines autour du village, et s'ébranle d'un rythme sûr et pesant pour aller s'accroupir dans la mer.

Nous arrivons par le village qui s'ouvre déjà sur la baie. Nous entrons dans un monde jaune et bleu où. nous accueille le soupir odorant et âcre de la terre d'été en Algérie. Partout, des bougainvillées rosat dépassent les murs des villas; dans les jardins, des hibiscus au rouge encore pâle, une profusion de roses thé épaisses comme de la crème et de délicates bordures de longs iris bleus. Toutes les pierres sont chaudes. A l'heure où nous descendons de l'autobus couleur de bouton d'or, les bouchers dans leurs voitures rouges font leur tournée matinale et les sonneries de leurs trompettes appellent les habitants.

A gauche du port, un escalier de pierres sèches mène aux ruines, parmi les lentisques et les genêts. Le chemin passe devant un petit phare pour plonger ensuite en pleine campagne. Déjà, au pied de ce phare, de grosses plantes grasses aux fleurs violettes, jaunes et rouges, descendent vers les premiers rochers que la mer suce avec un bruit de baisers. Debout dans le vent léger, sous le soleil qui nous chauffe un seul côté du visage, nous regardons la lumière descendre du ciel, la mer sans une ride, et le sourire de ses dents éclatantes. Avant d'entrer dans le royaume des ruines, pour la dernière fois nous sommes spectateurs.

Au bout de quelques pas, les absinthes nous prennent à la gorge. Leur laine grise couvre les ruines à perte de vue. Leur essence fermente sous la chaleur, et de la terre au soleil monte sur toute l'étendue du monde un alcool généreux qui fait vaciller le ciel. Nous marchons à la rencontre de l'amour et du désir. Nous ne cherchons pas de leçons, ni l'amère philosophie qu'on demande à la grandeur. Hors du soleil, des baisers et des parfums sauvages, tout nous paraît futile. Pour moi, je ne cherche pas à y être seul. J'y suis souvent allé avec ceux que j'aimais et je lisais sur leurs traits le clair sourire qu'y prenait le visage de l'amour. Ici, je laisse à d'autres l'ordre et la mesure. C'est le grand libertinage de la nature et de la mer qui m'accapare tout entier. Dans ce mariage des ruines et du printemps, les ruines sont redevenues pierres, et perdant le poli imposé par l'homme, sont rentrées dans la nature. Pour le retour de ces filles prodigues, la nature a prodigué les fleurs. Entre les dalles du forum, l'héliotrope pousse sa tête ronde et blanche, et les géraniums rouges versent leur sang sur ce qui fut maisons, temples et places publiques. Comme ces hommes que beaucoup de science ramène à Dieu, beaucoup d'années ont ramené les ruines à la maison de leur mère. Aujourd'hui enfin leur passé les quitte, et rien ne les distrait de cette force profonde qui les ramène au centre des choses qui tombent.

Que d'heures passées à écraser les absinthes, à caresser les ruines, à tenter d'accorder ma respiration aux soupirs tumultueux du monde! Enfoncé parmi les odeurs sauvages et les concerts d'insectes somnolents, j'ouvre les yeux et mon cœur à la grandeur insoutenable de ce ciel gorgé de chaleur. Ce n'est pas si facile de devenir ce qu'on est, de retrouver sa mesure profonde. Mais à regarder l'échine solide du Chenoua, mon cœur se calmait d'une étrange certitude. J'apprenais à respirer, je m'intégrais et je m'accomplissais. Je gravissais l'un après l'autre des coteaux dont chacun me réservait une récompense, comme ce temple dont les colonnes mesurent la course du soleil et d'où on voit le village entier, ses murs blancs et roses et ses vérandas vertes. Comme aussi cette basilique sur la colline Est : elle a gardé ses murs et dans un grand rayon autour d'elle s'alignent des sarcophages exhumés, pour la plupart à peine issus de la terre dont ils participent encore. Ils ont contenu des morts; pour le moment il y pousse des sauges et des ravenelles. La basilique Sainte-Salsa est chrétienne, mais chaque fois qu'on regarde par une ouverture, c'est la mélodie du monde qui parvient jusqu'à nous : coteaux plantés de pins et de cyprès, ou bien la mer qui roule ses chiens blancs à une vingtaine de mètres. La colline qui supporte Sainte-Salsa est plate à son sommet et le vent souffle plus largement à travers les portiques. Sous le soleil du matin, un grand bonheur se balance dans l'espace.

Bien pauvres sont ceux qui ont besoin de mythes. Ici les dieux servent de lits ou de repères dans la course des journées. Je décris et je dis: « Voici qui est rouge, qui est bleu, qui est vert. Ceci est la mer, la montagne, les fleurs. » Et qu'ai-je besoin de parler de Dionysos pour dire que j'aime écraser les boules de len­tisques sous mon nez? Est-il même à Déméter ce vieil hymne à quoi plus tard je songerai sans contrainte : « Heureux celui des vivants sur la terre qui a vu ces choses. » Voir, et voir sur cette terre, comment oublier la leçon? Aux mystères d'Éleusis, il suffisait de contempler. Ici même, je sais que jamais je ne m'approcherai assez du monde. Il me faut être nu et puis plonger dans la mer, encore tout parfumé des essences de la terre, laver celles-ci dans celle-là, et nouer sur ma peau l'étreinte pour laquelle soupirent lèvres à lèvres depuis si longtemps la terre et la mer. Entré dans l'eau, c'est le saisissement, la montée d'une glu froide et opaque, puis le plongeon dans le bourdonnement des oreilles, le nez coulant et la bouche amère -la nage, les bras vernis d'eau sortis de la mer pour se dorer dans le soleil et rabattus dans une torsion de tous les muscles; la course de l'eau sur mon corps, cette possession tumultueuse de l'onde par mes jambes - et l'absence d'horizon. Sur le rivage, c'est la chute dans le sable, aban­donné au monde, rentré dans ma pesanteur de chair et d'os, abruti de soleil, avec, de loin en loin, un regard pour mes bras où les flaques de peau sèche découvrent, avec le glissement de l'eau, le duvet blond et la poussière de sel.

Je comprends ici ce qu'on appelle gloire: le droit d'aimer sans mesure. Il n'y a qu'un seul amour dans ce monde. Étreindre un corps de femme, c'est aussi retenir contre soi cette joie étrange qui descend du ciel vers la mer. Tout à l'heure, quand je me jetterai dans les absinthes pour me faire entrer leur parfum dans le corps, j'aurai conscience, contre tous les préjugés, d'accomplir une vérité qui est celle du soleil et sera aussi celle de ma mort. Dans un sens, c'est bien ma vie que je joue ici, une vie à goût de pierre chaude, pleine de soupirs de la mer et des cigales qui commencent à chanter mainte­nant. La brise est fraîche et le ciel bleu. J'aime cette vie avec abandon et veux en parler avec liberté: elle me donne l'orgueil de ma condition d'homme. Pourtant, on me l'a souvent dit : il n'y a pas de quoi être fier. Si, il y a de quoi: ce soleil, cette mer, mon cœur bondissant de jeunesse, mon corps au goût de sel et l'immense décor où la tendresse et la gloire se rencontrent dans le jaune et le bleu. C'est à conquérir cela qu'il me faut appliquer ma force et mes res­sources. Tout ici me laisse intact, je n'abandonne rien de moi-même, je ne revêts aucun masque: il me suffit d'apprendre patiemment la difficile science de vivre qui vaut bien tout leur savoir vivre.

Un peu avant midi, nous revenions par les ruines vers un petit café au bord du port. La tête retentissante des cymbales du soleil et des couleurs, quelle fraîche bienvenue que celle de la salle pleine d'ombre, du grand verre de menthe verte et glacée. Au-dehors, c'est la mer et la route ardente de Poussière. Assis devant la table, je tente de saisir entre mes cils battants l'éblouis­sement multicolore du ciel blanc de chaleur. Le visage mouillé de sueur, mais le corps frais dans la légère toile qui nous habille, nous étalons tous l'heureuse lassitude d'un jour de noces avec le monde.

On mange mal dans ce café, mais il y a beau­coup de fruits - surtout des pêches qu'on mange en Y mordant, de sorte que le jus en Coule sur le menton. Les dents refermées sur la pêche, j'écoute les grands coups de mon sang monter jusqu'aux oreilles, je regarde de tous mes yeux. Sur la mer, c'est le silence énorme de midi. Tout être beau a l'orgueil naturel de sa beauté et le monde aujourd'hui laisse son orgueil suinter de toutes parts. Devant lui, pourquoi nierais-je la joie de vivre, si je sais ne pas tout renfermer dans la joie de vivre? Il n'y a pas de honte à être heureux. Mais aujourd'hui l'imbécile est roi, et j'appelle imbécile celui qui a peur de jouir. On nous a tellement parlé de l'orgueil : vous savez, c'est le péché de Satan. Méfiance, criait-on, vous vous perdrez, et vos forces vives. Depuis, j'ai appris en effet qu'un certain orgueiL. Mais à d'autres moments, je ne peux m'empêcher de revendiquer l'orgueil de vivre que le monde tout entier conspire à me donner. A Tipasa, je vois équivaut à je crois, et je ne m'obstine pas à nier ce que ma main peut toucher et mes lèvres caresser. Je n'éprouve pas le besoin d'en faire une œuvre d'art, mais de raconter ce qui est différent. Tipasa m'apparaît comme ces per­sonnages qu'on décrit pour signifier indirecte­ment un point de vue sur le monde. Comme eu;x, elle témoigne, et virilement. Elle est aujour­d'hui mon personnage et il me semble qu'à le caresser et le décrire, mon ivresse n'aura plus de fin. Il y a un temps pour vivre et un temps pour témoigner de vivre. Il y a aussi un temps pour créer, ce qui est moins naturel. Il me suffit de vivre de tout mon corps et de témoigner de tout mon cœur. Vivre Tipasa, témoigner et l'œuvre d'art viendra ensuite. Il y a là une liberté.



Jamais je ne restais plus d'une journée à Tipasa. Il vient toujours un moment où l'on a trop vu un paysage, de même qu'il faut longtemps avant qu'on l'ait assez vu. Les mon­tagnes, le ciel, la mer sont comme des visages dont on découvre l'aridité ou la splendeur, à force de regarder au lieu de voir. Mais tout visage, pour être éloquent, doit subir un certain renouvellement. Et l'on se plaint d'être trop rapidement lassé quand il faudrait admirer que le monde nous paraisse nouveau pour avoir été seulement oublié.

Vers le soir, je regagnais une partie du parc plus ordonnée, arrangée en jardin, au bord de la route nationale. Au sortir du tumulte des parfums et du soleil, dans l'air maintenant rafraîchi par le soir, l'esprit s'y calmait, le corps détendu goûtait le silence intérieur qui naît de l'amour satisfait. Je m'étais assis sur un banc. Je regardais la campagne s'arrondir avec le jour. J'étais repu. Au-dessus de moi, un grenadier laissait pendre les boutons de ses fleurs, clos et côtelés comme de petits poings fermés qui contiendraient tout l'espoir du printemps. Il y avait du romarin derrière moi et j'en percevais seulement le parfum d'alcool. Des collines s'encadraient entre les arbres et, plus loin encore, un liséré de mer au-dessus duquel le ciel, comme une voile en panne, reposait de toute sa tendresse. J'avais au cœur une joie étrange, celle-là même qui naît d'une conscience tranquille. Il y a un sentiment que connaissent les acteurs lors­qu'ils ont conscience d'avoir bien rempli leur rôle, c'est-à-dire, au sens le plus précis, d'avoir fait coïncider leurs gestes et ceux du personnage idéal qu'ils incarnent, d'être entrés en quelque sorte dans un dessin fait à l'avance et qu'ils ont d'un coup fait vivre et battre avec leur propre cœur. C'était précisément cela que je ressentais : j'avais bien joué mon rôle. J'avais fait mon métier d'homme et d'avoir connu la joie tout un long jour ne me semblait pas une réus­site exceptionnelle, mais l'accomplissement ému d'une condition qui, en certaines circonstances, nous fait un devoir d'être heureux. Nous retrou­vons alors une solitude, mais cette fois dans la satisfaction.


Maintenant, les arbres s'étaient peuplés d'oiseaux. La terre soupirait lentement avant d'entrer dans l'ombre. Tout à l'heure, avec la pre­mière étoile, la nuit tombera sur la scène du monde. Les dieux éclatants du jour retourneront à leur mort quotidienne. Mais d'autres dieux viendront. Et pour être plus sombres, leurs faces ravagées seront nées cependant dans le cœur de la terre.

A présent du moins, l’incessante éclosion des vagues sur le sable me parvenait à travers tout un espace où dansait un pollen doré. Mer, cam­pagne, silence, parfums de cette terre, je m’emplissais d’une vie odorante et je mordais dans le fruit déjà doré du monde, bouleversé de sen­tir son jus sucré et fort couler le long de mes lèvres. Non, ce n’était pas moi qui comptais, ni le monde, mais seulement l’accord et le silence qui de lui à moi faisait naître l’amour. Amour que je n’avais pas la faiblesse de revendiquer pour moi seul, conscient et orgueilleux de le partager avec toute une race, née du soleil et de la mer, vivante et savoureuse, qui puise sa grandeur dans sa simplicité et debout sur les plages, adresse son sourire complice au sourire éclatant de ses ciels.

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