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IL VALORE DELLA MUSICA: EDUCARE ALLA CONCORDIA

Aggiornato il: gen 17

di Rachele Bonaffini


È un tardo pomeriggio di maggio. Decido di prendere in mano la bicicletta e di inoltrarmi verso stradine di campagna immerse nel silenzio. Pedalo guardandomi attorno, quasi incantata, finché il rumore della ruota che sfrega la strada sterrata non si somma a un canto proveniente da poco lontano. Giungo presso un casolare e mi accorgo di una piccola cappella: è da lì che proviene il canto. D'un tratto, mi sembra quasi di venir condotta in un'epoca passata, dove le donne più anziane della famiglia contadina, rigorosamente vestite di nero, si riunivano durante l'ora del vespro per pregare.

Nello scenario surreale che stiamo tutti vivendo, in cui le restrizioni sociali allontanano gli esseri umani dall'umana esistenza, trovare poche persone a pregare e a cantare, in una dimensione bucolica e apparentemente separata dal resto del mondo, non fa che ricordarmi il valore della concordia.

Simon Weil, 1909-1943

Quella concordia di cui parlava Simone Weil quando, in uno scritto giovanile intitolato Il bello e il bene, sottolineava l'importanza della cerimonia e del simbolismo nell'arte: l'arte che, emozionando l'animo dell'uomo, può fungere da veicolo per il Bene. Ma perché l'arte è in grado di fare ciò?

Nell'opera d'arte il tutto che la costituisce ha un suo ordine armonico; è proprio nell'opera d'arte, ossia nel bello estetico divenuto simbolo, che il divino si rivela così come esso si rivela nel mondo naturale.

Nella cerimonia, come può essere quella religiosa, il bello fa da mediatore tra l’animo umano e il Bene trascendente, poiché ogni uomo, come in una danza, è in relazione all'altro in piena armonia. Così come in una sinfonia in cui ogni nota ha una sua funzione nel tutto armonico, anche nella cerimonia ogni uomo ha una sua funzione per il raggiungimento di un’armonia in cui il bello e il bene coesistono.

Ripensando alle riflessioni della giovane Simone Weil, ascoltando quel canto provenire da una cappella isolata in mezzo ai campi, comprendo quanto sia importante l'educazione artistica in generale e, più in particolare, l'educazione musicale. Attraverso la musica, infatti, si può imparare ad ascoltare l'altro, a riconoscerne il valore, il potenziale umano, e a rispettarlo. È nella musica, dove il fine è il raggiungimento e la realizzazione del bello che emoziona, di quel bello che è a contatto con il Bene, che ognuno lascia cadere il proprio egoismo. Ciò può avvenire se il fine è riconosciuto da tutti come un fine comune e non utilitaristico per la propria persona. Immaginiamo un coro in cui ogni voce si regoli grazie all'ascolto di tutte le altre: ognuna riveste un ruolo preciso e, al tempo stesso, ognuna ascolta l'altra e il tutto armonico che da esse risulta. Se così non fosse, se cioè una voce prendesse il sopravvento su un'altra, se non rispettasse l'intonazione, se urlasse o sbraitasse, l'intero coro cederebbe e, con esso, anche la felicità collegata al Bene.

La concordia è tanto importante all'interno della società perché consente un vivere civile, rispettoso e, quindi, felice. Perché ciò avvenga, in una società non troppo utopica, si dovrebbe portare l’attenzione sull'educazione dei più piccoli; un’educazione incentrata sulla manualità, sulla creatività, sul gioco perché è in queste attività che si può imparare a esercitare la propria libertà e, con essa, la propria dignità. Un’educazione che non si basi sulla coercizione ma sulla possibilità.

Constato, con una certa amarezza, come la scuola odierna troppo spesso si basi sull'imperativo coercitivo. Un esempio: “Tu devi colorare all'interno di queste linee, e solo con questi tre colori primari”, dice la maestra.

Ciò equivale a dire: “tu devi guardare la realtà soltanto come io voglio che tu la veda”. Si tratta di un’educazione basata sulla omologazione, sulla mancata volontà di riconoscere le differenti caratteristiche proprie di ogni individuo, viste – purtroppo – come fonte di disordine sociale, di una incapacità di autogoverno. Con ciò non voglio negare l’importanza dei limiti che vengono posti dall'adulto al bambino; quest’ultimo, infatti, necessita per sua natura di una guida, e l’imperativo “tu devi” è certamente necessario nei vari contesti della vita. Parlando, però, di una dimensione prettamente artistica, ritengo sia più efficace e intelligente sostituire l’imperativo categorico “tu devi” con l’imperativo “tu puoi”. L’educazione musicale, se fatta in un contesto scolastico, e non privato, consente non solo a ogni bambino di esprimere le proprie sensazioni ed emozioni, di sviluppare le proprie capacità manuali e intellettive, ma altresì di imparare qualcosa dai suoi compagni. La musica, se realizzata assieme agli altri, prevede un doppio lavoro: al bambino richiede un esercizio individuale, ma al tempo stesso un lavoro collaborativo nel momento in cui egli è inserito all'interno di un gruppo. Cooperazione e responsabilità individuale possono, a mio avviso, essere sviluppate in un contesto di questo tipo.

Johann Heinrich Pestalozzi, 1746-1827

In ciò rivedo in parte il pensiero pedagogico di Johann Heinrich Pestalozzi, il quale riteneva assolutamente indispensabile la realizzazione del legame tra cuore, mente e mano, e dunque tra sentimento, azione e pensiero; ma è una pedagogia sviluppata in particolar modo da Rudolf Steiner, che collegherà un lavoro di tal fatta con la sfera spirituale del bambino, con quella dimensione ‘più alta’ che, per sua caratteristica, non lascia spazio all'egoismo.








A un tratto, il flusso dei miei pensieri viene interrotto dall'uscita dei fedeli dalla cappella: il coro si è arrestato. Allora decido di rimettermi a pedalare verso casa e, nel frattempo, di scaldare la voce per il prossimo canto.