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CATO CENSOR - PER I NOVE ANNI DI CULTURA IN ATTO

IT/EN




Marcus Porcius Cato Censor

Amici,


Cultura in Atto entra nel suo nono anno di vita mondana, forse più disincantata rispetto agli esordi, ma con la stessa voglia di testimoniare un'alternativa culturale, quindi anche politica, in un mondo sempre più diviso tra buoni e cattivi, bianchi e neri e così via.


Quando ho intrapreso questo percorso assieme a voi, mai avrei immaginato che, da lì a pochi anni, mi sarei accorto di vivere pure io nell’ennesima epoca di fantasia che la storia passata ci aveva abituato; perché confesso: io ho segretamente creduto con forza nel Progresso, sia quello materiale che tecnologico, e soprattutto in quello intellettuale.

Ho creduto che lo studio della Storia, nonostante gli avvertimenti di più d’uno dei Maestri, ci avrebbe permesso di non cadere ancora negli stessi errori-orrori del passato. Ingenuamente, ho creduto di far parte di un secolo maturo, per certi versi illuminato dal confronto filosofico e scientifico, dove la Ragione non sarebbe stata ostacolata, se non come incidente di percorso, da qualunque forma di superstizione.

Pure io ho creduto insomma.


Trovarmi ora, nel 2776 a.U.c, con il sapere antico non più centellinato a piacimento e il resto sotto chiave in qualche monastero, con mezzi di comunicazione ultra veloci e interi testi fondamentali, spesso introvabili fisicamente, a portata di click, a dover parteggiare ancora per la logica argomentativa contro il moderno “credo quia absurdum”, a dover accettare ogni sorta di neo tabù senza poter ribattere in nessun modo e finire per questo subito infangato dai custodi del “B”ene, è sinceramente umiliante.

Non trovo altro aggettivo, proprio no.

Poiché, anche nei cosiddetti secoli bui della nostra storia comune, in qualche modo il tenue lume siamo riusciti a tenerlo acceso e tra le righe degli scritti d’obbligo di questo o quel regime, chi sapeva, poteva scorgere in filigrana la traccia di una Tradizione differente; o si sussurrava, segretamente, al vicino inginocchiato: memento dubitare semper.

Con difficoltà e pericolo, ma si è sempre fatto.


Oggi invece stiamo precipitando sempre più rapidamente verso un mutamento che forse non basta più definire come “semplicemente” antropologico, ma addirittura biologico, e tale da portare, in breve tempo, a delle società letteralmente fatte di individui sordociechi i quali non potranno quindi in alcun modo rendersi conto di eventuali lucine accese, non capiranno l’utilità di un libro, figuriamoci intravedere in filigrana vie diverse, e se pure si potesse sparare col cannone una qualsiasi parola nelle loro orecchie, non sarebbero in grado di percepire nemmeno le vibrazioni.


La situazione è tragica sicuramente - la tentazione di dire ridicola era forte - ma non possiamo e dobbiamo disperare; a quanto pare, la storia umana presenta lo stesso identico scenario, da sempre: da una parte il gregge, spesso guidato da predatori locali - ogni tanto al guinzaglio di stranieri più grossi -, che oscilla tra il comodo recinto in cui verrà tosato sistematicamente per almeno quarant'anni - detto volgarmente lavoro -, e la innata voglia di gettarsi dal dirupo più vicino alla prima occasione, - di solito questa opzione ce la vendono come aspirazione alla Libertà -, e quei pochissimi che ogni tanto cercano, per motivi oscuri, almeno nel nostro caso, di far scorgere possibilità diverse di esistenza. La solita lotta che ben si conosce, ma con mezzi e difficoltà nuove. Una sfida.




Amici,

se le gioie è facile assaporarle assieme, penso che non ci sia cosa più bella di condividere, con altrettanta gioia, lo stesso assurdo destino e trasformarlo in lotta, fosse solo per passare il tempo: non ci ha forse insegnato il riso nonostante tutto, Il Folle di Röcken?

Facciamoci la risata che ben conosciamo, allora, ed andiamo avanti.


Auguri,

Ceterum censeo ullam cum ... esse conciliationem.



Valete


M·PORCIVS·M·F·CATO



 


CATO CENSOR - NINE YEARS OF CULTURA IN ATTO



Friends,


Cultura in Atto is entering its ninth year of worldly existence, perhaps more disenchanted than it was at its beginnings, but with the same desire to advocate for a cultural (and hence political) alternative path in a world increasingly divided between good and evil, black and white, and so forth.


When I embarked on this journey with you, I would never have imagined that, in just a few years, I would come to realize that I too am living in yet another fantasy era, similar to the historical narratives we've grown accustomed to. I confess: I secretly held strong beliefs in Progress, both material and technological, and especially intellectual progress. I believed that the study of History, despite the warnings from multiple Masters, would prevent us from repeating the same errors and horrors of the past. Naively, I thought I was part of a mature century, in some respects enlightened by philosophical and scientific discourse, where Reason would not be obstructed by any form of superstition, except perhaps as a minor obstacle. In short, I believed as well.


To find myself here now - in the year 2776 A.U.C. - with ancient knowledge no longer eked out or locked away in some monastery, with ultra-fast means of communication and entire essential texts, often physically unattainable, to find myself here and still have to champion logical argumentation against the modern "credo quia absurdum", having to accept all sorts of new taboos without having any chance to rationally counter them in any way, with the danger of being immediately besmirched by the guardians of the "G"ood, is sincerely humiliating. I can't find any other word for it, truly.


Even in the so-called dark centuries of our shared history, we somehow managed to keep the faint light burning. Between the lines of the mandatory writings of this or that regime, those who knew could sometimes discern the traces of a different Tradition, and thus secretly whisper to the kneeling neighbor: memento dubitare semper. With difficulty and danger, but it was always done.


Today, however, we are descending ever more rapidly into a change that perhaps can no longer be simply defined as "anthropological," but even biological, and so profound as to lead, in a short time, to societies literally composed of deaf and blind: individuals who will be unable to perceive any light in any way nor to grasp the utility of a book, not to mention the fact of reading between the lines. And even if one could fire any word from a cannon into their ears, they wouldn't be able to perceive its vibrations.


The situation is undoubtedly tragic - the temptation to call it ridiculous was strong - but we can not and must not despair. It appears that human history always presents the exact same scenario: on one side, the flock, often led by local predators - occasionally controlled by stronger foreigners - oscillating between the comfortable enclosure where they will be systematically sheared for at least forty years (situation which is normally referred to as "work") and the innate desire to throw themselves off the nearest cliff at the first opportunity, often sold to us as an aspiration for Freedom. Then there are the very few who occasionally, for obscure reasons, at least in our case, seek to reveal different possibilities and ways of existence. The same old struggle that we know well, but with new means and difficulties. A challenge.


Friends, if it's easy to savour joy together, I think there is nothing more beautiful than sharing the same absurd destiny with equal joy and turning it into a battle, even if it's just to pass the time. After all, was it not Röcken's Madman who taught us to laugh, despite everything? So let's have the laughter we know so well and let's keep moving forward.



Best wishes,

Ceterum censeo ullam cum ... esse conciliationem.


Farewell,


M·PORCIVS·M·F·CATO


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