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“Osare l’inosabile”- La Beffa di Buccari

Aggiornato il: apr 14

Di Enrico Steffani


Non c’è cosa più affascinante del fare e del parlare di storia avendo la possibilità di vedere con i propri occhi i luoghi in cui questa ha lasciato un segno indelebile. Non sempre ciò è possibile, tante volte, a chi ama questi argomenti, è richiesto uno sforzo della mente.

Immaginate, ora, una stretta e profonda fascia di mare che si insinua tra due pareti montuose.

Immaginate, nel punto in cui la terraferma abbraccia le acque, che nella pendenza sorga un porticciolo, più in alto uno di quei tanti villaggi costieri dell’Istria e della Dalmazia, con il suo castello a sorvegliare quello che sembra un lago, coronato in maniera anfiteatrale dalle verdi discese che si gettano sull'acqua.

la Città di Buccari, con la sua baia, risponde alla breve descrizione proposta: situata lungo la costa adriatica, poco a sud-est di Fiume, riparata in questo vallone, vigila il Carnaro e l’isola di Veglia.



La città di Buccari oggi

Facciamo un passo indietro nella storia, quando non ci si immaginava che un drone pilotato a migliaia di kilometri di distanza potesse con estrema facilità e con rischio minimo localizzare e magari annientare cose o persone: Buccari non poteva essere altro, per la sua posizione geografica, un comodo rifugio, un luogo sicuro e inaccessibile al nemico.


Già dal 1778 l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria colse l’importanza strategico-militare della baia e 136 anni dopo, con lo scoppio della Prima guerra Mondiale, Francesco Giuseppe continuò nella stessa linea, costituendo lì, come a Pola, una delle più importanti basi navali dell’Austria-Ungheria.


Scoppia la Grande Guerra, succede quello che tutti sappiamo; spostando il focus sull'Italia, iniziamo a parlare dei protagonisti del nostro racconto. I fanti in marcia il 24 maggio, i continui e ripetuti tentativi di sfondamento sul fronte Isontino, le epiche imprese degli alpini sul monte Nero, la presa di Gorizia, la strenua resistenza alla Straffexpedition e la svolta alla nostra guerra: la più grande disfatta del nostro esercito, la rotta di Caporetto. Con gli austriaci la partita era alla pari ed equilibrata, ma in quell'occasione al loro fianco c’era un alleato molto più potente delle “consuetudinarie” forze in campo: la Germania del Kaiser Guglielmo II; dove attaccavano gli austriaci “bene o male” si resisteva ma nei punti in cui vi erano i tedeschi i nostri furono presi di soprassalto.


Un esercito in ritirata, migliaia di sfollati e di sbandati, tutti gli sforzi bellici di due anni di guerra resi vani da un assalto nemico. Il morale dell’esercito e dell’Italia tutta era pessimo.


Ecco che quando la situazione iniziava a precipitare, sono stati i forti d’animo ad aprirsi la strada e a riversare negli animi soffi di speranza.


“Siamo trenta su tre gusci,

su tre tavole di ponte:

secco fegato, cuor duro,

cuoia dure, dura fronte,

mani macchine armi, pronte,

e la morte a paro a paro.”


I “gusci” di cui parla d’Annunzio nei Canti della guerra latina – La canzone del Carnaro, sono i MAS (Motoscafi Armati Siluranti) 94,95 e 96, al comando di Costanzo Ciano e guidati rispettivamente dal sottotenente di vascello Andrea Ferrarini, dal tenente di vascello Profeta De Santis e dal capitano di corvetta, passato alla storia con il soprannome di “L’Affondatore”, Luigi Rizzo.


L’idea eroica del Vate (partecipe all'impresa in prima persona a bordo del MAS 96) era quella di colpire il naviglio nemico riparato a Buccari.


Il mattino è nunziale. Il bacino è cangiante e soave come la gola del colombo. Le case hanno qualcosa di femineo, simili a donne che si levino sul gomito e guardino attraverso le cortine di oro filato. Scorgo sul cinestro dell’acqua le nostre saettìe grige coi loro siluri grigi dal muso di bronzo, che luccicano […]. Parlo agli uomini in riga contro un muro che ha il colore del sangue aggrumato […]. “Marinai, miei compagni, questa che noi siamo per compiere è l’impresa dei taciturni. Il silenzio è il nostro timoniere più fido. Per ciò non conviene lungo discorso a muovere un coraggio che è già impaziente di misurarsi col pericolo ignoto […]. Ciascuno dunque oggi deve dare non tutto sé ma più che tutto sé, deve operare non secondo le sue forze ma di là delle sue forze. Lo giurate?- E come lo scoppio di una fiamma repressa- Lo giuriamo, viva l’Italia.”


In seguito queste parole di D’Annunzio, tratte dal Corriere della Sera, dopo che i MAS furono scortati presso l’isola di Cherso e costeggiarono Fiume, retoricamente presagio della futura impresa post bellica, tanto da far esclamare a Rizzo “ verremo, verremo anche a te bedda,. Non dubitare”, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, i motoscafi navigarono lungo la costa istriana e incredibilmente riuscirono ad elidere ogni controllo e difesa nemica, soprattutto grazie all'utilizzo di motori elettrici. Dopo aver suddiviso gli obiettivi, le imbarcazioni italiane scagliarono i loro siluri: solo uno esplose, poiché le unità nemiche erano riparate da reti antisiluranti. Scattò subito l’allarme, così i marinai d’Italia ripresero la via del ritorno sino ad Ancona, tra l’incredulità degli austriaci, che si meravigliarono del fatto che le unità da guerra italiane riuscirono a penetrare fino in fondo al porto.


Gli eroi di Buccari: Luigi Rizzo, Gabriele D’Annunzio e Costanzo Ciano.

Prima che l’operazione si compisse, Gabriele D’Annunzio lanciò in acqua alcune bottiglie, suggellate con dei nastrini tricolori, nelle quali era contenuto un messaggio goliardico rivolto ai nemici, scritto dallo stesso poeta, gesto che diede all'incursione il nome di “Beffa di Buccari”.


Il messaggio di D’Annunzio lanciato nelle acque della baia.

Se l’esito fu chiaramente inconcludente (i siluri non sfiorarono nemmeno le unità nemiche), l’impresa risultò compiuta: le scarse possibilità di successo, il fascino dello sprezzo del pericolo e l’eroismo fecero comunque si che il fatto, esaltato dalla potente e affascinate retorica di D’Annunzio, fosse accolto in Italia come una vittoria clamorosa: la “beffa”, oltre che dimostrare le carenze della vigilanza austriaca, ebbe l’importante merito di contribuire a risollevare gli animi dell’esercito e della marina italiani.

Memento Audere Semper”, fu il motto latino coniato dal Vate, desunto dalla sigla dei MAS utilizzati; poeticamente la funzione esortativa, in momenti drammatici, come quelli della guerra, strettamente connessa alle azioni intraprese in prima persona, fece sì che il suo mondo spirituale si concretasse nella parola e nell'azione e attingesse, come la sua visione artistica, una sfera lirica ed eroica.