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MEMORIE DA UNA CASA DI MORTI: TRA MUSICA E LETTERATURA

ITA/ENG

di Giulia Bolzan

Translation by the author



L’Opera in tre Atti di Janacek Da una casa di morti riadatta il corposo lavoro memoriale di Dostoevskij dimostrando quanto, in realtà, l’orrore e la disperazione dell’uomo riescano a trovare tra la parola scritta e il linguaggio musicale il loro spazio adeguato. Ci troviamo infatti nei «lontanissimi limiti della Siberia, in mezzo alle steppe, alle montagne, alle foreste impraticabili»[1] dove assistiamo ai tormenti, i drammi e alle miserie di alcuni uomini tra i quali Aleksandr Petrovic, Susilov, Alieïa, Filka Morozov e Akim Akymic, condannati ai lavori forzati, alla prigionia e a punizioni corporali come, del resto, quasi tutti i detenuti. Come Leone Ginzburg ricorda nel saggio introduttivo all’edizione Ianieri del 2017, lo scrittore russo riesce a rappresentare questa cruda realtà addentrandosi nella psicologia di un intero popolo di criminali, pervertiti, contrabbandieri e di violenti di cui, sostanzialmente, l’autore non parla esprimendo giudizi o recriminazioni, ma altresì riconoscendo a tratti valori, ideali e scelte che rappresentano pur sempre le radici della natura umana. Dalla coabitazione forzata – come la definisce Dostoevskij – al valore del denaro che chiama la libertà in moneta, lo scrittore ritrae senza riferimenti cronologici la (non) vita a cui lui stesso è stato costretto fino al 1861. Lo zar di Russia, dopo la condanna, decise infatti di concedergli una seconda opportunità: la commutazione in lavori forzati, per un tempo indeterminato. Dostoevskij, grazie alla buona condotta, riuscì ad avere uno sconto di pena servendo nell’esercito come soldato semplice nel 7º battaglione siberiano.


Leoš Janáček, 1854-1928

L’opera di Janacek, che debuttò postuma, risale al 1927-1928 e pare quasi esser stata pensata dal musicista come un’ultima impresa compositiva (che lascia infatti incompiuta) ricordandoci, come spesso succede, quanto il lavoro di scrittori e musicisti a volte giunga ad intrecciarsi o, per meglio dire, a creare una sorta di doppio binario in cui il loro genio si manifesta. A livello strutturale, il libretto operistico stravolge l’ordine e il significato degli episodi dell’originale ed è costruito secondo un rigoroso principio simmetrico: il secondo atto funge da asse al primo e al terzo, accomunati da una similare atmosfera, costituendo da un lato una sorta di grande divertissement, dominato dall’idea del teatro nel teatro; dall’altro introduce il motivo principale del valore negativo della passione amorosa. Sappiamo molto bene che tuttavia, se alle parole non si affianca, anzi, non si interseca un’adeguata linea armonico-melodica, tutto perde di significato; ecco allora che l’organico orchestrale rispecchia la storica epopea di questi condannati. Tra flauti (anche ottavini), oboi, corno inglese, clarinetti (anche clarinetto piccolo e clarinetto basso), fagotti (anche controfagotto), corni, trombe, tromba bassa, tromboni, tuba tenore, basso tuba, timpani, xilofono, campane, grancassa, piatti, spade, catene, sega, sonaglio, tamburo piccolo, tamburo militare, tam-tam, triangolo, pala e piccone, arpa, celesta e, ovviamente, gli archi recuperiamo quel senso di oppressione, disgusto, pietà e consapevolezza insiti nella prosa di Dostoevskij. È importante osservare, in aggiunta, che in questa partitura, il musicista porta alle estreme conseguenze il suo linguaggio musicale strettamente legato alla parola e al suo ritmo: brevi incisi che richiamano l’articolazione testuale. Si riesce così a comprendere il valore di alcune riflessioni inerenti il tempo, il lavoro, il sorriso, la fiducia; una considerazione emerge su tutto e cioè che «la vita è tenace nell’uomo! L’uomo è un essere che si abitua a tutto, e credo che questa sia la sua migliore definizione»[2].


NOTE

[1] F. Dostoevskij, Memorie dalla Casa di morti, Ianieri Edizioni, 2017, p. 13. [2] Ivi, p. 21.



MEMORY OF A HOUSE OF DEAD: BETWEEN MUSIC AND LITERATURE


The Opera in Three Acts by Janacek from A house of the dead he readjusts Dostoevsky's dense memorial work, demonstrating how much, in reality, human horror and desperation manage to find their adequate space between the written word and musical language. We are in fact in the «very distant limits of Siberia, in the middle of the steppes, the mountains, the impassable forests» where we witness the torments, dramas and miseries of some men including Aleksandr Petrovic, Susilov, Alieïa, Filka Morozov and Akim Akymic, sentenced to forced labor, imprisonment and corporal punishment as, moreover, almost all the prisoners. As Leone Ginzburg recalls in the introductory essay to the Ianieri edition of 2017, the Russian writer manages to represent this harsh reality by delving into the psychology of an entire group of criminals, perverts, smugglers and violent people of which, essentially, the author does not speak by expressing judgments or recriminations, but also recognizing at times values, ideals and choices that still represent the roots of human nature. From forced cohabitation - as Dostoevskij defines it - to the value of money which he calls freedom in money, the writer portrays without chronological references the (non) life to which he himself was forced until 1861. The Tsar of Russia, after his conviction, decided to give him a second chance: commutation to forced labor, for an indefinite period. Dostoevsky, thanks to good behavior, managed to get a penalty discount by serving in the army as a private in the 7th Siberian battalion.


Leoš Janáček, 1854-1928

Janacek's work, which debuted posthumously, dates back to 1927-1928 and seems almost to have been conceived by the musician as a final compositional undertaking (which he leaves unfinished) reminding us, as often happens, how much the work of writers and musicians sometimes come to intertwine or, rather, to create a sort of double track in which their genius manifests itself. On a structural level, this libretto distorts the order and meaning of the episodes of the original and is built according to a rigorous symmetrical principle: the second act acts as an axis to the first and third, united by a similar atmosphere, constituting on the one hand a sort of great divertissement, dominated by the idea of ​​the theater within the theater; on the other hand, it introduces the main reason for the negative value of amorous passion. We know very well that however, if the words are not accompanied by an adequate harmonic-melodic line, everything loses its meaning; here then is that the orchestral staff reflects the historical epic of these condemned. Among flutes (also piccolo), oboes, english horn, clarinets (also piccolo clarinet and bass clarinet), bassoons (also contrabassoon), horns, trumpets, bass trumpet, trombones, tenor tuba, bass tuba, timpani, xylophone, bells, bass drum , cymbals, swords, chains, saw, rattle, small drum, military drum, tam-tam, triangle, shovel and pickaxe, harp, celesta and, of course, the bows we recover that sense of oppression, disgust, pity and awareness inherent in prose by Dostoevsky. It is important to note, in addition, that in this score, the musician takes his musical language closely linked to the word and its rhythm to the extreme: short incisions that recall the textual articulation. In this way it’s possible to understand the value of some reflections concerning time, work, smile, trust; a consideration emerges on everything and that is that «life is tenacious in man! Man is a being who gets used to everything, and I think this is his best definition».